Le prime sette pietre d'inciampo a Pordenone, ecco le storie delle vittime

Martedì 14 Gennaio 2020 di Nico Nanni
Le sette pietre d'inciampo a Pordenone, ultimo atto di un progetto del liceo Leopardi-Majorana
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Estella Steindler Luginbuhl, ebrea; Felice Bet, Terzo Drusin, Francesco Folleni Guglielmo, Attilio Gallini, Franco Martelli, partigiani; Virginio Micheluz, vittima di una delazione: a questi pordenonesi o qui residenti sabato 18 gennaio verranno dedicate le prime sette Pietre d’Inciampo della città di Pordenone. L’iniziativa nasce da un progetto pluriennale di studenti del Liceo Leopardi-Majorana di Pordenone, guidati dalle professoresse Susanna Corelli e Silvia Pettarin con la collaborazione di altri docenti, giornalisti, storici, ricercatori che in classe hanno illustrato la Shoah, la Resistenza, il nazifascismo con le sue atroci conseguenze anche nel nostro territorio. La fase finale del progetto è la dedica delle Pietre d’Inciampo ad alcune delle vittime locali del nazifascismo, idea accolta dal Comune di Pordenone, che con l’apporto di diverse associazioni (compresi Anpi e Circolo della Stampa) e di istituti scolastici cittadini ha organizzato una serie di manifestazioni per la ricorrenza del “Giorno della Memoria” (27 gennaio).

LA CERIMONIA
Le Pietre d'Inciampo sono state ideate dall'artista tedesco Gunter Demnig per deporre, nel tessuto urbanistico delle città europee, una memoria dei cittadini deportati nei campi di sterminio nazisti. L'iniziativa, attuata (dal 1992 a Colonia, in ricordo dei molti cittadini morti nei campi di sterminio) in diversi paesi europei (oggi sono oltre 71 mila, in Friuli Venezia Giulia sono già state posate negli anni a Trieste, Gorizia, Doberdò del Lago e Ronchi dei Legionari), consiste nell'inserire nel selciato stradale, davanti alle abitazioni delle vittime delle deportazioni, dei piccoli blocchi in pietra ricoperti nella faccia superiore da una piastra di ottone con il nome e le date di nascita e morte delle vittime. L'espressione “pietra di inciampo” è mutuata dall'Epistola di Paolo ai Romani (9,33) “Ecco, io metto in Sion un sasso d'inciampo e una pietra di scandalo; ma chi crede in lui non sarà deluso”.

A Pordenone la posa delle pietre inizierà alle 14 da via del Fante dove viveva Felice Bet per poi proseguire di tappa in tappa - dove Gunter Demnig poserà fisicamente le pietre - fino a Piazza XX Settembre (intorno alle ore 16) dove saranno poste quelle dedicate a Franco Martelli e ad Attilio Gallini.

Saranno gli studenti, alternandosi con le loro docenti, a presentare a ogni tappa il progetto e la vittima che viene ricordata in quel luogo; brevi momenti musicali legheranno il tutto. Gabriele Garbo e Matteo Pavsler illustreranno la figura di Felice Bet; Elena Scandolo quella di Francesco Folleni Guglielmo; Giulia Facchin, Luiza Deda e Shalom Ekua Koomson la figura di Estella Steindler Luginbuhl; Simone Bianchini si occuperà di Franco Martelli; Marco Nascimben e Ilaria Valerio di Terzo Drusin; Riccardo Perotti, Marco Lovisa e Francesco Bidinot di Franco Gallini e di Virginio Micheluz.

LE VITTIME RICORDATE
Durante la Seconda Guerra Mondiale, a Pordenone risiedevano solo due persone di origine ebraica: Estella Steindler Luginbuhl e Angela Cameo. Se quest’ultima riuscì a salvarsi grazie all’aiuto di amici e vicini di casa, non così Estella: vedova del pastore della Chiesa Battista di Pordenone, venne prelevata nella casa di viale Grigoletti e trasportata alla Risiera di San Sabba, dove probabilmente morì. Di lei non si seppe più nulla: alla nuora venne consegnato solo il cappotto “per ricordo”. Diversi ebrei si erano rifugiati in alcuni paesi della provincia, specie nella Pedemontana, e quasi tutti vennero scoperti (a causa di delazioni) e deportati.

Il destino dei partigiani Felice Bet, Terzo Drusin, Francesco Folleni Guglielmo, Attilio Gallini, Franco Martelli è stato simile: rimasero vittime della loro scelta di combattere il nazifascismo. I nomi più noti sono quelli di Martelli, ufficiale del Regio Esercito passato alla Resistenza, fucilato a Pordenone (nell’area della caserma di via Montereale poi a lui intitolata e dove ora sta sorgendo il nuovo ospedale) e di Terzo Drusin, insegnante, trucidato dai fascisti a Tremeacque, entrambi decorati di medaglia d’oro al valor militare e ricordati con l’intitolazione di vie cittadine. Felice Bet, Francesco Folleni Guglielmo e Attilio Gallini erano tre ragazzi: Bet (16 anni) e Folleni (19) morirono a Mauthausen, Gallini (19 anni) a Flossenburg. Infine Virginio Micheluz: un tabaccaio vittima probabilmente di una delazione a seguito di una denuncia da lui fatta per una requisizione di tabacchi da parte dei partigiani. Morì a Dachau nell’ospedale americano subito dopo la fine della guerra.

Situazioni e motivazioni diverse, ma destino uguale per queste sette persone, che diventano il simbolo di questa tragedia del Novecento e della quale viene fatta memoria grazie al progetto degli studenti del “Leo-Major”.
  Ultimo aggiornamento: 15 Gennaio, 11:03 © RIPRODUZIONE RISERVATA