Chiude Rampon, mobiliere che per primo
mise la sua faccia nella pubblicità/ Video

Angelo Rampon in una delle sue pubblicità

di Marco Gasparin

VENEZIA - Angelo Rampon chiude bottega. Sì, proprio lui: l’Angelo Rampon che aspettava i clienti "in cima al capannon", tormentone che chiudeva i suoi spot televisivi, diventati un cult a metà degli anni ’90. Un biglietto da visita che lo ha fatto diventare uno dei mobilieri più conosciuti nel Nord Italia.



«Perché chiudo? Perché ci sono troppe tasse, vendiamo meno mobili di una volta, la crisi continua e in queste condizioni se tieni duro va a finire che ti fai male. Magari non solo tu, ma fai male anche agli altri».



«Bisogna fare una scelta - spiega - Ci sono due tipi di imprenditore: quello che paga e quello che specula, prendendo per il collo gli artigiani. Quello che di fronte ad una fornitura da 40mila euro dice: "Adesso sono messo male, te ne posso dare solo 30", oppure: "posso pagarti solo il costo del legno". Ecco, io non sono così». Per questo gli ultimi mesi dell’anno Angelo Rampon ha fatto i suoi conti e ha deciso di chiudere. Svendita dei mobili, il capannone a San Donà (Venezia) svuotato e venduto. «Svenduto - precisa - perché in questo periodo va così». Con i soldi ha pagato i suoi fornitori e gli artigiani, fino all’ultimo centesimo. I figli Stefano e Michelangelo, 35 e 26 anni, sono orientati ad occuparsi di progettazione per l’arredamento. Lui invece vagheggia una nuova attività all’estero: «Potrebbe essere un’idea - ammette - Lì le condizioni sono diverse. Vedremo. D’altra parte ci si può reinventare anche a 64 anni, no? Non si deve mica fare sempre lo stesso lavoro».



La crisi morde anche a Nordest. «Io sono nato nel ’48 a Torre di Fine (comune di Eraclea Mare, ndr). A 14 anni sono andato a lavorare in Brianza. Ho vissuto gli anni della crisi del Dopoguerra, ma non era così dura. Dice Monti che vede la luce alla fine del tunnel. Io al momento non è che ne veda tanta, di luce. Spero che abbia ragione lui».



«Così è la vita - sospira - Bisogna andare avanti. Sono contento di aver chiuso a testa alta dopo quasi 40 anni. Avevo 27 anni quando ho aperto bottega a San Donà. Ultimamente non vendevamo più niente. Colpa nostra? Forse. Abbiamo sempre puntato sul mobile classico, quando è cominciato ad andare di moda quello moderno ci siamo "riconvertiti" tardi e ci vuole tempo per farsi una clientela. Una struttura grande come la nostra (2.800 metri quadrati su due piani, ndr) ha dei costi. Ad ogni modo sono contento di non aver mai licenziato un operaio. Anche adesso ho aspettato di chiudere finché tutti non hanno trovato una nuova sistemazione, qualcuno anche con la concorrenza». Il 30 dicembre la ditta è stata messa in liquidazione, nel giro di un mese il mitico capannone sarà totalmente svuotato. «Quest’anno ci saremmo fatti solo male. Invece ho pagato tutti, una cosa che mi stava davvero a cuore. Così chiudiamo in bellezza».



Sul web si possono rivedere i suoi spot surreali. Sono raccolti in un canale di Youtube, "la prima colesion de Angelo Rampon". È stato il pioniere di una pubblicità in cui chi vende mette la propria faccia, seguito da Giovanni Rana, Francesco Amadori e molti altri: «Sono stato il primo - ricorda con orgoglio - Lo stesso Rana ha saputo del mio primo spot da un conoscente comune e ha trovato il coraggio di andare in tv. Mi sono sempre divertito un mondo a inventare gli spot e a realizzarli. Sono stato il primo a fare pubblicità demenziale, e adesso gli appassionati le raccolgono in internet».



Prima di salutare tutti ancora una volta dal suo capannone, vuole lasciare un messaggio ai colleghi imprenditori: «Non abbiate paura di chiudere l’azienda guardando negli occhi i vostri operai».
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Sabato 5 Gennaio 2013, 17:02






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