Black lives Matter, anche il mondo della moda si mobilita contro il razzismo

Venerdì 5 Giugno 2020 di Veronica Timperi
Black lives Matter, anche il mondo della moda si mobilita contro il razzismo
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La moda dice no al razzismo e abbraccia il Black lives Matter, lo slogan pacifista riportato alla luce in seguito alla morte del 46enne afroamericano George Floyd dello scorso 25 maggio a Minneapolis causata dall'ufficiale di polizia Derek Chauvin. Una notizia che ha indignato il mondo intero e le cui ripercussioni, negli Stati Uniti, in termini di proteste, stanno portando grandi problemi di ordine pubblico. Molte boutique dei brand del lusso, nelle grandi città, sono state saccheggiate e danneggiate durante le manifestazioni, ma in ogni caso il fashion system si è mobilitato alzando la voce su un tema che percorre in maniera importante l'universo patinato della couture e del prêt-à-porter già da tempo. Se alcuni marchi hanno listato a lutto i loro profili social - da Valentino a Fendi, passando per Prada a Ralph Lauren, fino a Louis Vuitton, Vivienne Westwood - altri, come Nike, Adidas e Supreme, hanno sotterrato l'ascia di guerra lanciando messaggi universali di pace. Altri ancora invece hanno voluto sostenere organizzazioni impegnate nella lotta le discriminazioni razziali negli States. Il gruppo Kering, che ha nella sua scuderia, oltre a Gucci e Saint Laurent, Bottega Veneta, Balenciaga, Alexander McQueen, Brioni, Boucheron e Pomellato, ha fatto una donazione a Naacp (National Association for the Advancement of Colored People), insieme a Marc Jacobs e a Stella McCartney.

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I MILLENNIAL BRAND
Il marchio diretto da Alessandro Michele destinerà dei fondi anche a favore di Campaign Zero (una campagna di riforma della polizia) e di Know Your Rights Camp. È sopratutto dai millennial brand che arriva un impegno reale contro il razzismo tramite comunicazioni di protesta sui social e ingenti donazioni. A cominciare da Glossier, che destinerà 1 milione di dollari sia alle organizzazioni come Black Lives Matter, sia a sostegno di imprese nel campo del beauty gestite da persone di colore. Lo stesso vale per Rihanna che, con il suo brand di lingerie Savage x Fenty, donerà fondi a Black Lives Matter e The Bail Project. La diatriba sulle discriminazioni razziali nell'universo fashion è diventata spinosa più di un decennio fa. Le passerelle di New York, ma anche di Parigi, Milano e Londra, sono dominate da modelle bianche, sin dal finire degli anni '90, quando si chiuse l'era delle super model Cindy Crawford, Naomi Campbell e Claudia Schiffer. Secondo Jezebel, blog statunitense che ha monitorato la presenza delle minoranze nei defilé, solo il 15% delle mannequin è di colore. D'altra parte, secondo gli analisti di settore, avere modelle nere in passerella o in pubblicità non attiva un meccanismo fondamentale nella moda, soprattutto nel lusso, il desiderio di acquisto.

Per cui la scelta di puntare su donne bianche rappresenterebbe una sorta di razzismo del fatturato, in quanto per vendere di più si sceglie il modello di bellezza dominante. Per non parlare dei designer. Se negli Stati Uniti sono meno del 10% quelli afro che hanno partecipato alla fashion week, in Europa i nomi degli stilisti di colore famosi si contano sulle dita di una mano: Olivier Rousteing di Balmain e Virgil Abloh, mente creativa di Off-White e primo direttore creativo nero di Louis Vuitton per la collezione Uomo. Ad aprire gli occhi sul sistema discriminatorio presente sulle passerelle è arrivato però, nel 2008, un un numero speciale di Vogue Italia voluto da Franca Sozzani, la cui cover domandava It's fashion racist? (La moda è razzista?). Ad ergersi a paladina della prima ora di questa causa una modella d'altri tempi, Iman, 64 anni, iconica mannequin somala dei 70 e 80 e moglie del cantante David Bowie, anche oggi impegnata nella lotta contro il razzismo. «Episodi di discriminazione razziale mi hanno accompagnata, soprattutto agli inizi della mia carriera, ero una rifugiata, fuori dagli schemi, e li ho sempre combattuti», spiega la modella. «Oggi più che mai però bisogna non guardare al colore della pelle, perché tutti abbiamo lo stesso diritto alla vita, al lavoro e alla felicità, come è scritto proprio nella Dichiarazione d'indipendenza americana».

LA FORZA
Secondo Iman, questo ennesimo episodio di razzismo avvenuto negli Stati Uniti può essere un momento di svolta dato dalla necessità di una moda meno superficiale. «La moda già da anni si rifà ai look tipici della cultura black. Adesso è doveroso che diventi portavoce di messaggi universali di inclusività, uguaglianza e umanità che arrivino in ogni ambito civile, non solo tra glitter, chiffon e paillettes». Le fa eco Nicola Paparusso, segretario di African Fashion Gate, onlus internazionale che lotta contro fenomeni di razzismo, xenofobia e antisemitismo nella moda. «Questo settore, grazie alla sua forza comunicativa, può e deve contribuire alla causa con iniziative mirate volte all'integrazione e all'inclusione diventando veicolo di una nuova etica che vada oltre l'estetica».

 

Ultimo aggiornamento: 09:14 © RIPRODUZIONE RISERVATA