La scuola è alla ghigliottina e la politica è il boia

Sabato 27 Marzo 2021

Abbandonati, dimenticati, inesistenti: ecco il trittico adeguato per definire gli studenti al tempo del covid. Dopo essere stati accusati di essere untori, pericolosi diffusori del morbo, hanno visto chiudersi le porte delle scuole e delle università: con loro fuori. La scuola in presenza “non s'ha da fare”, nonostante i numeri del contagio ci dicano altro. I contagi nelle scuole non sono che una minima parte del totale e si è riscontrato un aumento dei positivi giornalieri anche quando le lezioni erano erogate solamente a distanza. Una vera e propria demonizzazione dei luoghi educativi; da un luogo di primaria importanza, “fucina di vocazioni” a cui si è preferito le piste da sci o gli aperitivi, relegandolo a un ruolo di scarsa importanza in quanto inopportuno e sconveniente.

Ad un certo punto, durante l'ennesima chiusura forzata, ecco dileguarsi la nebbia del malcontento, scorgendo così “una luce in fondo al tunnel” (slogan quanto mai abusato di recente) che poi si sarebbe rivelata un'illusione bella e buona. L'annuncio dell'apertura delle scuole anche in zona rossa e della periodica sottoposizione degli alunni a tampone è stato accolto con una fanfara di adulatorie ed esaltazioni, scordandosi dell’annesso bugiardino: “valido solo per asili ed elementari, per gli altri si vedrà”. Queste dichiarazioni hanno creato non poco sconforto ai genitori di figli che frequentano le medie e superiori; proprio queste ultime vedono alternarsi con una certa irregolarità aperture -poche- a chiusure -molte- e i genitori, alunni e docenti sono intimoriti dagli spettri di un altro anno scolastico da dimenticare. Non esistono studenti di serie A e di serie B: i liceali hanno lo stesso diritto allo studio dei bambini dell’asilo. La chiusura della scuola è frutto dell’inadempienza dei nostri rappresentanti politici per il mancato miglioramento del sistema dei trasporti e la colpa di queste non-scelte la pagano sempre loro: gli studenti. Non mi capacito di come i loro corrispettivi francesi o tedeschi (per citare solo i primi due) possano usufruire del sistema educativo mentre gli alunni italiani no.

Gli studenti del Bel Paese sono uguali a quelli francesi e tedeschi; forse i politici sono diversi. Questo tempo di pandemia ha -nel caso ci fosse bisogno- ha evidenziato la distanza netta tra eletti ed elettori: un divario che si sarebbe dovuto colmare con l'arrivo delle Valchirie capitanate da Draghi. Il professore, accolto con giubilo dai mercati finanziari e dall’Europa (che forse avrebbe dovuto prestare più attenzione ai contratti per le dosi dei vaccini), dipinto come un salvatore della patria che, con la sua indiscutibile esperienza, a capo di un “governo dei migliori” avrebbe sollevato le sorti di questa ”Italietta”. Abbiamo assistito alla metamorfosi degli attori sul palcoscenico politico ma il risultato non è cambiato: la scuola non interessa. Non migliore è la situazione di noi universitari. Costretti a subirci lezioni da remoto, a dare esami a distanza, ci siamo visti chiudere i luoghi dello studio e ad aprire il portafogli.

Le università, infatti, per venire incontro agli studenti non solo non hanno esentato le famiglie dal pagamento delle rette ma le hanno pure aumentate. Le promesse di una riduzione delle tasse sono state chiaramente infrante ma in Italia si sa, tra il dire e il fare c'è di mezzo l’intascare. Uno Stato che vaccina gli insegnanti (con le scuole chiuse) lascia trasparire una profonda incoerenza del piano vaccinale: se i giovani sono i principali diffusori del contagio perché nel programma dei vaccini sono l'ultima ruota del carro? La scelta di uno Stato, con il più alto tasso di abbandono scolastico, di preferire ostinatamente il surrogato piuttosto alle scuole in presenza, che crea scompensi nell'apprendimento e nella psiche degli uomini e delle donne di domani è scellerata. Lo Stato che ignora i giovani non ha futuro.

 Filippo Schiavon

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