Muore l'anziana, la badante chiede al figlio un risarcimento di 150mila euro

Domenica 3 Novembre 2019 di Roberto Ortolan
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TREVISO - «Avevo un contratto di lavoro regolare per mezza giornata ma in realtà facevo la badante giorno e notte in quella famiglia». Questo il motivo della causa, davanti al giudice del lavoro Massimo Galli, promossa da una 50enne, romena nei confronti di un professionista di Motta, al quale ha chiesto oltre 150mila euro di risarcimento. Una causa che presenta alcune particolarità. È stata avviata dalla badante, assistita dall’avvocato Claudio Rivellini, 3 anni dopo la morte dell’assistita, che l’aveva assunta e che era stata, a tutti gli effetti il suo datore di lavoro. E il conto l’ha presentato al figlio, che fa l’avvocato, ritenendo che fosse lui il vero datore di lavoro. «Era lui - in sintesi la tesi sostenuta - che mi diceva cosa fare, c he mi pagava lo stipendio e svolgeva tutte le mansioni (bollette, banca, rapporti con gli uffici ecc.) per la madre». Inizialmente la badante ha cercato un accordo bonario con il figlio della donna assistita, oggi tutelato dall’avvocato Marco Padovan, che ha però sempre respinto le richieste della 50enne. «Primo perché la badante era stata assunta con regolare contratto dalla madre e non dal figlio - puntualizza il legale - e perché le cifre e gli orari di lavoro non rispondono a a quanto avvenuto, ormai 5/6 anni fa».
LA DENUNCIA 
Con la causa di lavoro ancora nel limbo, la badante si sarebbe lasciata andare ad alcune affermazioni che hanno fatto scattare una querela per diffamazione. Su richiesta del pm Giulio Caprarola, il processo è all’esame del giudice di pace Giulia Procaccini. Trovandosi in piazza Predonzani a Motta - la tesi sostenuta della Procura - la badante romena, conversando con alcune persone, sarebbe stata sentita ripetutamente (in più occasioni dal 7 aprile all’11 giugno 2018) pronunciare frasi pesanti, rivolte al 55enne: “quel brutto s...., gliela faccio pagare. Figlio di .... gli faccio causa così mi faccio pagare e mi compro la casa.... e così non spende le soldi in amanti...”. Parole - per il pm Caprarola - con le quali avrebbe offeso la reputazione dell’uomo. Il passaparola fece arrivare le frasi anche alla moglie del 55enne, con conseguenze inizialmente serie per la serena convivenza della coppia. Nella prima udienza il giudice ha rinviato il procedimento, suggerendo chiudere la controversia con un accordo.
IN TRIBUNALE
Nel frattempo è stata incardinata la causa di lavoro. E anche il giudice Galli, prima di avviare l’esame della causa, ha concesso alcune settimane alla badante e al professionista per accordarsi. Quanto sarebbe disposto a pagare, avrebbe detto all’avvocato. «Niente», la risposta. Mentre la badante avrebbe abbassato le proprie pretese, fino ad accontentarsi di 35mila euro. «Mi sembra di essere parte di un paradosso - ha detto l’avvocato Padovan - che però potrebbe avere delle conseguenze pesanti sull’esistenza di alcune persone. Io, come altri, mi sono chiesto perché una badante, improvvisamente, a oltre 3 anni dalla morte della donna con la quale aveva firmato un regolare contratto di lavoro, abbia avanzato consistenti pretese finanziarie? Ma soprattutto perché ha continuato a svolgere mansioni massacranti per molte più ore di quelle previste e per un lunghissimo periodo, senza mai pretendere di più? Da quanto mi dicono quella di avanzare pretese enormi è una tecnica». Ultimo aggiornamento: 4 Novembre, 09:30 © RIPRODUZIONE RISERVATA