Militare morto 10 anni fa in Iraq
«Matteo Vanzan, eroe dimenticato»

Sabato 17 Maggio 2014 di Maurizio Crema
Matteo Vanzan con due commilitoni alla sua sinistra
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VENEZIA - Dieci anni fa moriva a Nassiriya in Iraq il caporal maggiore di Camponogara (Venezia) Matteo Vanzan, fu il secondo attacco mortale alla missione Antica Babilonia dopo la strage alla base dei Carabinieri, altri purtroppo ne seguirono, in tutto 33.

Oggi, alle 9, ci sarà una messa di commemorazione al cimitero di Mestre. Una vicenda che ha continuato a far discutere in tutti questi anni. Alla prima onorificenza che gli venne concessa – la croce d’onore del 2006 – seguì la medaglia d’oro dell’esercito, quattro anni dopo. Molte verità sul “Caso Vanzan” sono emerse solo col tempo. Due libri gli sono stati dedicati, uno dell’avvocato Emanuele Compagno e un secondo dell’allora portavoce della Coalizione civile Andrea Angeli, 57 anni, testimone oculare, da otto mesi di stanza nel Paese.

Angeli, perché proprio a Vanzan ha voluto dedicare il suo primo libro di ricordi Professione Peacekeeper? «In primo luogo perché Matteo morì per difendere il manipolo di civili e militari che da 24 ore eravamo asserragliati nella palazzina della Coalizione sotto assedio dei miliziani. Quando tornai dall’Iraq appena sbarcato a Roma presi il primo treno per Venezia per portare un fiore sulla tomba provvisoria a Camponogara e andai a trovare il padre Enzo».

Ma Matteo non morì in un altro posto? «Sì, Vanzan fu colpito nella Libeccio, ex base di carabinieri trasformata in centro della protezione civile irachena, ma era lì per noi. Lui e gli altri del reggimento Serenissima furono in fretta e furia dislocati in quel posto a ridosso del ponte per assicurare un minimo di sostegno a quei pochissimi mezzi italiani che in quelle ore si spostarono dal Comando brigata alla nostra postazione. Un tragitto talmente pericoloso che il giorno precedente alla morte di Matteo per ben 14 ore nessuno ci si avventurò, troppo pericoloso, quel posto era un inferno. Solo con la presenza dei lagunari in prossimità del ponte – e voglio ricordare anche il caporale Grilletto e il tenente Barzanti, entrambi feriti – fu possibile in qualche modo di tirarci fuori e assicurare i rifornimenti».

Qualcuno polemizzò sul ritardo dei soccorsi e sulle incomplete attrezzature mediche. «Si fa presto a dire. La situazione era incandescente attorno alla Libeccio. Varie unità tentarono di raggiungerla per portar via Matteo, ferito, ma dovettero desistere. Il capo della squadra che ci riuscì – il capitano Raffaele Naccarato – mi confessò di essere tornato vivo per puro miracolo da quel posto. L’ospedale da campo all’aeroporto era sicuramente di livello adeguato, lo dirigeva il colonnello Arnaldo Gallucci, veterano di tutte le principali spedizioni. Certo, non eravamo in Italia».

Matteo Vanzan è un eroe? «Guardi, può capitare che il termine sia a volte abusato. Ma nel caso di Vanzan proprio no. Lui e gli altri sapevano perfettamente che sarebbero stati in un posto ad alto rischio e con un compito delicatissimo quando furono inviati alla Libeccio».

Tanto è che poi, seppur tardiva, nel marzo 2010 gli fu conferita la medaglia d’oro. «Non è quella al Valor militare, che alcuni caldeggiavano, ma è comunque un degno riconoscimento al suo sacrificio. Ricordo il malcontento dopo la prima onorificenza, ci furono anche polemiche sui giornali. Se vuole le racconto un retroscena».

Un retroscena? «Nel 2008 ero dispiegato in Afghanistan quando venne per la prima volta in visita il neoministro della Difesa Ignazio La Russa. Alcuni militari avrebbero voluto manifestargli il disappunto sul “Caso Vanzan”, ma non potevano scavalcare la gerarchia. Chiesero a me di farlo. Con l’aiuto dell’allora portavoce Luca Salerno – volto noto del Tg2 – riuscii a sollevare la questione, il ministro rispose prontamente “grazie, me ne hanno già parlato a Roma e al più presto riaprirò il dossier”. Fu di parola».

Che ricordo ha di Matteo uomo? «Era uno dei pochi veneti, spiccava perché era un ragazzone grande, io lo chiamavo il "gigante col volto da bambino". Mi colpì che era ritornato dopo quattro mesi esatti, appena finito il periodo minimo di riposo».

E del padre Enzo? «Genitore esemplare. Non ha mai mancato una cerimonia o un evento legato alle missioni, ma sempre con discrezione, senza polemiche, mai una parola fuori posto. Quasi sempre seduto in fondo, lontano dai riflettori ma presente. Ha vissuto il dolore con grande dignità».

A distanza di anni si può fare un bilancio delle missioni di "pace" in Iraq e Afghanistan? «L’Iraq attuale non è purtroppo quello che avevamo prefigurato, il cammino verso la normalizzazione è ancora lungo e tortuoso. Anche la situazione nell’Afghanistan che ci accingiamo a lasciare non è ideale. Tuttavia l’opera stabilizzatrice delle forze italiane è stata ovunque notevole e ciò è sempre stato riconosciuto, sia dalle popolazioni locali che dai partner internazionali. Sì, dovevamo andare».

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