Benzina, pensioni e diritti: ultime mosse dei leader a caccia degli indecisi in vista delle elezioni

Salvini lancia il referendum contro l’auto elettrica, il Cav si appella a mamme e nonne. Letta punta su ddl Zan, Ius scholae e Pnrr. E Meloni evita le promesse «irrealizzabili»

Giovedì 22 Settembre 2022 di Andrea Bulleri
Benzina, pensioni e diritti: ultime mosse dei leader a caccia degli indecisi in vista delle elezioni

Coup de théatre. Colpo di scena. È un classico delle campagne elettorali: la trovata dell’ultimo minuto capace di imprimere al voto una svolta inaspettata. Di tirare la volata decisiva al leader in vantaggio. O magari, di rimettere in partita gli inseguitori. Del resto, lo sprint finale prima delle urne non è poi troppo diverso dagli ultimi 2-300 metri di una maratona. Conta sì come ci si arriva, ma è dallo scatto finale che si giudica se chi corre ha oppure no la stoffa del velocista. 
Facile a dirsi, meno a farsi. Soprattutto in tempi in cui elargire promesse a effetto, tra debito pubblico monstre e risorse che non abbondano, rischia di finire per rivelarsi un’arma a doppio taglio. Eppure bisogna provarci, a convincere quel 40 per cento di indecisi che potrebbe determinare le sorti del futuro governo. Specie se si è all’inseguimento. 

Lo sa bene Matteo Salvini, che proprio agli ultimi giorni ha scelto di riservare i fuochi d’artificio. «Con la Lega al governo, via il canone Rai», se n’è uscito il Capitano dal palco di Pontida, rispolverando un vecchio cavallo di battaglia di Silvio Berlusconi. E lanciando pure una raccolta firme online, per dire addio a uno dei balzelli storicamente più bersagliati da destra e da sinistra. Ma non è l’unico coniglio che il leader leghista ha estratto dal cilindro nelle ultime ore. «Se vinciamo – rilancia Salvini – indiremo un referendum popolare sullo stop alla produzione dei veicoli benzina e diesel dal 2035» deciso a Bruxelles (e proprio per questo difficile da modificare con una consultazione popolare, dicono gli esperti). Ma lui insiste: «Siano gli operai di Mirafiori a dire se è giusto o no licenziare in Italia per avvantaggiare la Cina». E nel frattempo punta sui social per tentare la rimonta sull’alleata Giorgia Meloni. A cominciare dal video anti-Pd che nelle ultime ore ha fatto il giro del web, e che gli è valso una diffida da Stefano Accorsi e Luciano Ligabue. 

TV E SOCIAL

Persevera con la tv invece Silvio Berlusconi (ma senza tralasciare TikTok, di cui ritiene di essere diventato un vero mattatore). Obiettivo: riportare in alto i consensi di Forza Italia. Con un’arte, quella della rimonta, in cui il Cavaliere è convinto di essere ancora il primo della classe. Fu così nel 2006, quando all’ultimo minuto del faccia a faccia contro Romano Prodi lanciò quell’idea che lo portò a un passo dalla riconferma: «Aboliremo l’Ici sulla prima casa», promise. Stavolta Silvio ci riprova. E lo fa con le pensioni per «le mamme e le nonne»: «Devono essere portate ad almeno mille euro al mese», rilancia. E se Giorgia Meloni non ha intenzione di cambiare all’ultimo minuto quella strategia che finora l’ha resa vincente, almeno nei sondaggi, (serietà sui conti pubblici e «meglio una promessa in meno che una in più se non siamo certi di poterla realizzare»), punta ad alzare i toni dello scontro il rivale Enrico Letta. Cavalcando come mai finora le bandiere che i dem hanno scelto di piantare, per giocarsi il tutto per tutto all’ultimo tuffo. Le bandiere dei diritti, innanzitutto. Ddl Zan, Ius scholae, matrimonio egualitario. Battendo e ribattendo sulla «differenza che c’è tra noi e loro», spiegano dal Nazareno. Dove vogliono insistere anche sul tasto del Pnrr. Con esempi concreti: «Quanti asili nido rischiamo di perdere – sarà uno dei leitmotiv degli ultimi giorni – se modifichiamo il Piano come vuol fare il centrodestra?». Polarizzare, insomma. Sui social («o con Putin o con l’Europa», rilanciava ieri Letta via Twitter), ma pure col porta a porta. E coi cari, vecchi, volantini, distribuiti dalle migliaia di volontari mobilitati in lungo e in largo nelle città e nelle periferie.

 

E mentre Carlo Calenda e il Terzo polo intendono insistere con quel «messaggio di serietà» che finora, ritengono, li ha premiati (a partire dal rilancio sugli investimenti in sanità), chi è convinto di aver tutto da guadagnare dall’alzare la voce al rush finale è Giuseppe Conte. Deciso a coprirsi sempre più a sinistra. E ad andare avanti col crescendo di attacchi al governo Draghi. Che, è certo l’avvocato, lo ha trainato in queste settimane. Magari – spera Conte – coinvolgendo pure Beppe Grillo, al comizio finale di Santi Apostoli. Quello sì che, per il leader stellato, sarebbe un bel colpo di teatro.

Ultimo aggiornamento: 12:45 © RIPRODUZIONE RISERVATA