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Chiara Pavan
CHIARA LETTERA di
Chiara Pavan

Quei "cannibali" tra le montagne:
l'opera in nero di Sossai

Domenica 14 Agosto 2022 di Chiara Pavan
Un momento di "Altri Cannibali" di Francesco Sossai

ALTRI CANNIBALI

Regia di Francesco Sossai -  con Walter Giroldini e Diego Pagotto

 

Trovarsi a un passo dal burrone, senza ritorno, ma anche senza limiti. Per sfuggire alla mediocrità di una routine che annienta pensiero, emozioni, affetti. E arrivare, forse, all’indicibile. Due uomini che si conoscono appena, un piano misterioso da portare a termine comprando coltelli e grandi sacchi di plastica, un mondo in bianco e nero sospeso sulle Dolomiti, tra paesaggi solitari e vuoti, case perse in mezzo ai boschi, famiglie opprimenti, lavori sentiti come provvisori che però durano da decenni.

L'ESORDIO

E’ un debutto sorprendente quello del bellunese Francesco Sossai: “Altri cannibali”, che nasce come saggio di diploma alla prestigiosa Accademia di regia berlinese Dffb, è una lucida riflessione che scarnifica la periferia pedemontana con umorismo nero, raccontando un’improbabile amicizia tra due esseri, Fausto e Ivan (i bravissimi Giroldini e Pagotto) sul filo di un patto di morte estremo, quasi paradossale, e impossibile da accettare. Fausto, sguardo assente e capelli lunghi ossigenati, operaio metalmeccanico costretto da vent’anni a un’attività ripetitiva che si riflette in una vita priva di coinvolgimenti emotivi, è un solitario che si muove a fatica anche in ambiente familiare; Ivan, eterno dottorando in filosofia, è a sua volta un disadattato, demotivato e forse desideroso di chiudere un’esistenza senza apparenti prospettive. Si incontrano alla stazione di Sedico, e si trasferiscono in una casa di montagna da tempo disabitata per mettere a punto il loro piano, che Sossai si guarda bene dal rivelare, ma che allude al tabù preannunciato dal titolo. Mentre si preparano, cercando coltelli adatti e teli di plastica abbastanza grandi da contenere corpi, la realtà inizia a farli tentennare. Forse. C’è l’incontro con un coltivatore della zona che li invita ad assistere alla macellazione del maiale, c’è l’euforia di un acido che li spinge a correre in mutande tra le montagne spaventando i pochi automobilisti, c’è un lontano ricordo di felicità che affiora dal passato di Fausto, i Mondiali di calcio vinti dall’Italia nel 1982, quando la gioia esplodeva sincera e collettiva.

IL BIANCO E NERO

Sossai si affida a un bianco e nero che sporca le immagini “disossandole”, quasi a voler scavare nell’apatia di un mondo senza prospettive, usando uno stile che sfiora il documentaristico per raccontare personaggi raggelati in un “vero” che annienta l’anima. Camera a mano che si incolla a volti, sguardi e movimenti svelando impercettibili sussulti dell’anima, Sossai costruisce un film su vite che nulla possono contro un “reale” che spegne sogni e desideri, togliendo speranze e futuro. E con umorismo crudele, il giovane regista bellunese (classe 1989) esplora una società ormai sempre più in crisi, senza sogni o spinte vitali, annichilita da un sistema che considera il lavoro come il bene più prezioso da accettare sempre e comunque. E in questo paesaggio di periferia montano, incolore e senza futuro, ostaggio di una inerzia contagiosa che uccide emozioni e ambizioni, Sossai regala l’incubo di una vita grigia che ormai può creare soltanto “cannibali”. (voto 8)

Ultimo aggiornamento: 05:00 © RIPRODUZIONE RISERVATA