Esteki dall'Italia alla nazionale di rugby dell'Iran: "La protesta per i diritti va sostenuta"

Mercoledì 30 Novembre 2022 di Ivan Malfatto
Ali Esteki, mediano di mischia, in allenamento con la nazionale dell'Iran di rugby

REGGIO EMILIA - «Vedere i calciatori dell’Iran non cantare l’inno prima della partita ai Mondiali in Qatar mi ha colpito. È stato importante, ma possono fare di più. Ad esempio indossare magliette con scritte a favore della battaglia che il popolo combatte per i diritti umani, o altri gesti. Lo sport deve essere anche politica. Soprattutto con il palcoscenico planetario del calcio. L’hanno insegnato Muhammad Ali, andando in galera per le sue idee, e tanti altri sportivi».

Ali Esteki è diretto e pungente, come tutti i mediani di mischia nel rugby. Ha 25 anni. È nato in Iran a Isfahan, 1,6 milioni di abitanti, città della Persia capitale dei tappeti, ma è in Italia da quando è bambino e parla con leggero accento modenese. Suo padre commercia proprio tappeti. Ha due sorelle laureate in biotecnologie e due fratelli in ingegneria. Lui studia Economia e commercio ed è un rugbista semiprofessionista. Milita nel Peroni Top 10 da sei stagioni, 54 presenze e 4 mete fra Medicei Firenze, Lazio e ora Valorugby Emilia. È stato convocato con la nazionale di rugby dell’Iran. E lì ha toccato con mano la forza della “Rivoluzione di Masha”, come la chiama lui stesso. La protesta popolare scoppiata per l’uccisione a botte da parte del regime iraniano di una ragazza di 22 anni, Masha Amini, perché portava male il velo.

«A settembre quando è successo io ero a Shiraz e poi a Teheran, in ritiro con la nazionale. L’Iran fa parte solo da 5 anni di World Rugby, la federazione mondiale - racconta Esteki - Avremmo dovuto giocare contro il Qatar due partite del Championship 3 asiatico, Chi vince accede al triangolare contro India e Kazakistan per la promozione in Champioship 2. Invece è stato deciso di non giocarle per la protesta. Inizialmente si pensava terminasse dopo pochi giorni. Invece è diventato un caso internazionale, con manifestazioni ovunque, 80.000 iraniani solo a Berlino. La vicinanza con il Mondiale di calcio, in Iran seguito più della religione, l’ha amplificato ulteriormente».

NON STIAMO ZITTI
Anche la nazionale di rugby, nel suo piccolo, ha dato quindi il contributo alla protesta. «Non ce la siamo sentita di giocare - continua il racconto - Questo stato d’animo unito ai timori del Qatar, il regime quei giorni aveva bloccato anche internet, ha fatto saltare le due gare. Certo noi rugbisti non abbiamo la popolarità dei calciatori. Ma continuiamo a chiedere di condividere il più possibile video e notizie che vengono dall’Iran. Continuiamo a non stare zitti. Io mi sento un privilegiato rispetto ai compagni, perché sono tornato in Italia. Parlando così al massimo rischio di non essere più convocato in nazionale. Loro invece rischiano molto di più, anche la vita. Vedi l’ex capitano di calcio dell’Iran, arrestato perché sostiene la protesta. Anche qui i calciatori, invece di esultare per i due gol segnati al Galles, potevano fare qualcosa di più per chi è stato un loro compagno».

Con l’Iran uscito dai Mondiali di calcio dopo la sconfitta con gli Stati Uniti, Esteki chiude dicendo: «Questo regime non rappresenta il popolo persiano. Io non andavo in Iran da 10 anni. Per strada rispetto ad allora ho visto ragazze senza velo e un vero cambio culturale. Un tempo per una vittoria come quella contro il Galles tutti si sarebbero riversati in strada a festeggiare. Ora no e il regime ha mandato i soldati a farlo».
 

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