Marco “Caco” Cacamo,figura leggendaria di un eroe di guerra

Lunedì 8 Marzo 2021 di Alberto Toso Fei
Illustrazione di Matteo Bergamelli

Con un po' di fortuna, a Venezia, si può ancora ascoltare qua e là qualche anziana signora esclamare “come ai tempi de Marco Caco!”, per dire di una cosa che è lontanissima nel tempo. Un'espressione che suona divertente e che sta finendo in disuso ma della quale, come spesso accade, nulla si conosce sull'origine. Ebbene, Marco Caco esistette davvero, si chiamava Marco Cacamo (o Caccamo, secondo altre versioni) e fu un valoroso condottiero chioggiotto che si contraddistinse nella lotta tra veneziani e padovani – spalleggiati dai trevigiani – alla Torre delle Bebbe, nel 1214.

Tutto era iniziato a Treviso il 19 maggio di quell'anno, festa di Pentecoste, nel corso de “la guerra del Castello d'Amore”, una sorta di gioioso duello cavalleresco che prevedeva la conquista di una fortezza di legno, ricoperta di stoffe preziose, dove avevano preso posto delle ragazze. Le donne, fra le più belle di ogni città, dovevano difendere il castello dall’assalto dei ragazzi che lo assediavano divisi in compagnie, ciascuna sotto l’insegna del proprio Comune.

Armi di difesa e di offesa erano poesie, canzoni, e poi rose, garofani, gigli, ma anche frutta ed essenze pregiate; ovviamente su come si svolse il “combattimento” la leggenda ha sguazzato per secoli: si racconta che per invogliare le ragazze ad affacciarsi, i padovani non esitarono a lanciare oltre gli spalti dei polli arrosto allo scopo di prenderle per la gola, mentre i veneziani (probabilmente più scafati) fecero volare dei sonanti ducati d'oro. D'altronde la Serenissima era allora in uno dei suoi momenti di massimo splendore, con scambi commerciali fluviali e marittimi che procedevano alla grande, la conquista di Costantinopoli avvenuta dieci anni prima – che aveva portato ulteriore prestigio e ricchezze enormi – e la recente elezione del potente Pietro Ziani, ricchissimo mercante e “figlio d'arte” (suo padre Sebastiano, doge a sua volta, era stato l'artefice della pace fra il papato e Federico Barbarossa, alcuni decenni prima).

Proprio nel momento in cui i giovani veneziani stavano avendo accesso a una delle porte, i padovani – forse invidiosi o forse canzonati dai lagunari – strapparono lo stendardo di San Marco dalle mani dell'alfiere e lo gettarono a terra riducendolo a brandelli. Subito furono sguainate le armi e solo l'intervento del sovrintendente della gara, Torello Salinguerra, impedì una carneficina; ma ne nacque una ostilità armata che nei mesi successivi vide l'alleanza tra padovani e trevigiani nel saccheggiare l'entroterra veneziano – Cavarzere, Cavanella d’Adige – arrivando a minacciare Chioggia: fu tentato un assalto a un castello (vero, questa volta), quello delle Bebbe, che difendeva i confini della Serenissima verso Padova, Adria e Ferrara.

Comandati da Geremia da Peraga, i padovani intendevano assumere il controllo delle saline, vere miniere d'oro per l'epoca: il sale era indispensabile per la conservazione dei cibi. Ma il 21 ottobre 1214 il fato fu favorevole ai chioggiotti che – spalleggiati dai veneziani – approfittando di un'alta marea improvvisa che allagò il campo nemico e capitanati dal valorosissimo Marco Cacamo, riuscirono a forzare l'assedio e a sbaragliare gli avversari. Anche Geremia da Peraga fu fatto prigioniero.

La pace fu siglata il 9 aprile del 1215, con la restituzione dei territori sottratti alla Repubblica di Venezia e il divieto ai padovani di avvicinarsi alla laguna. Con una condizione suppletiva: che Padova consegnasse ai veneziani i quindici ragazzi maggiormente responsabili dei disordini di Treviso. Come tributo ai padovani per riavere incolumi i suoi giovani, il doge Pietro Ziani non chiese denaro, ma due polli bianchi per ogni uomo. Un riscatto che, raccontano le cronache, ferì gli abitanti della città del Santo più che l’esborso di qualsiasi somma.

Ma da allora, nel ricordare un fatto di valore oramai perduto nelle pieghe del tempo e le gesta eroiche di un condottiero chioggiotto che difese Venezia (anche la Torre delle Bebbe, oggi ridotta a un rudere malconcio, andrebbe restaurata, così come la lapide che racconta di “Marco Cauco”), in laguna si narra dei tempi lontani di “Marco Caco”.


 

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