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I giardini di Venezia, in viaggio con Damerini nelle gemme artistiche della laguna

Mercoledì 22 Giugno 2022 di Alessandro Marzo Magno
I giardini della Marinaressa

VENEZIA - «Vi investono subito tanfi e odori, canti e musiche d'ogni genere; il puzzo caratteristico dell'olio che bolle nelle padelle dei friggipesce vi piglia alla gola; dalle cucine escono gli aromi degli intingoli e degli stufati; dai cantinoni bui, dove troneggiano fumanti polente colossali, volatilizzano gli effluvi dei vini di Barletta e degli alcolici friulani; sulla porta del suo salone un barbiere spruzza per l'aria opaca il profumo di un'acqua indefinibile; e i rivenditori ambulanti rimestano, sotto il naso dei passanti, nei verdi immensi catini di terracotta, dentro alla broda rossa, i polipi lessati o, all'asciutto, i molluschi e i crostacei dell'Adriatico. Le trattorie hanno le dispense spalancate sulla strada, si vedono dietro, in fughe tenebrose, le sale con le tavole imbandite. Calle stretta, lunga affollata e cosmopolita, donde se ne stacca una umida degli Albanesi e un'altra lurida dei Padovani che vi conduce sul rovescio delle prigioni della repubblica». È la descrizione di calle delle Rasse contenuta nel libro Giardini di Venezia. Un viaggio nel verde e nelle gemme artistiche della laguna, di Gino Damerini. Pubblicato nel 1927, la casa editrice Pendragon meritoriamente ne propone la ristampa. Il titolo è un po' limitativo perché non si parla solo di giardini, ma anche di luoghi diversi, in un viaggio nel tempo per visitare un'affascinante Venezia ormai scomparsa. La nuova edizione costituisce un ottimo pretesto per ricordare Gino Damerini, una figura sprofondata nell'oblio. Nato a Venezia nel 1881 e morto ad Asolo nel 1967, Damerini era un giornalista che scriveva libri di storia e testi teatrali.

ESORDIO
Quando ha esordito nella professione giornalistica, a inizio Novecento, a Venezia uscivano sette quotidiani. In seguito ha diretto, dal 1922 La Gazzetta di Venezia, storica testata fondata a fine Settecento e assorbita dal Gazzettino nel 1940, di cui costituiva l'edizione serale, poi soppressa alla fine della Seconda guerra mondiale. Ha pubblicato decine di libri, come sa chiunque si occupi di storia veneziana e si imbatte regolarmente nella sua bibliografia. È stato anche un importante casanovista, ovvero membro del gruppo di ammiratori di Giacomo Casanova, impegnato a mantenere viva la memoria dell'avventuriero veneziano. Non a caso lo ringrazia l'inglese James Rives Childs autore nel 1961 di una biografia di Casanova che ancora oggi costituisce un punto di riferimento. «Damerini era la penna della destra veneziana», osserva Filippo Maria Paladini, veneziano, docente di storia all'Università di Torino, autore di uno dei saggi contenuti nel numero monografico che l'Ateneo Veneto aveva dedicato nel 2000 a Gino Damerini. Amico di Gabriele D'Annunzio (scrive D'Annunzio a Venezia), era l'uomo che forniva la copertura storica ai progetti politici di Giuseppe Volpi e Vittorio Cini.

LE FONTI
I suoi scritti, infatti, non sono quasi mai casuali e segnano anche un'importante progressione nella capacità di ricerca: se all'inizio Damerini si limita alle fonti secondarie (libri già pubblicati), in seguito approfondisce la ricerca delle fonti primarie (documenti d'archivio) conferendo così maggior valore storico alle pubblicazioni. Il suo libro sulle isole ionie, per esempio, è funzionale al progetto di espansione dell'influenza italiana nel Mediterraneo. Le isole jonie nel sistema adriatico: dal dominio veneziano a Buonaparte (notare l'uso del cognome di Napoleone prima che fosse francesizzato togliendogli la u) esce nel 1943. Nello stesso anno scrive: «Venezia sarebbe rimasta irredenta, il ciclo di Campofomido non si sarebbe chiuso, se non con la reimmissione nell'Italia fascista, erede e continuatrice tanto di Roma quanto di Venezia, dell'intero corpo dei possedimenti dello stato veneto quale giunto nel 1797». L'idea che prevaleva in quegli anni, e alla quale Volpi e Cini cercavano di dare corpo, era che l'Italia avesse avuto due grandi imperi: quello romano sulla terra e il veneziano sul mare. Quindi l'Italia fascista doveva ristabilire le sfere di influenza che erano state di Roma e di Venezia. Non era così semplice, tuttavia, perché si contrapponevano due scuole di pensiero: una che faceva perno sulla restaurazione del potere italiano in Dalmazia (nel 1943 la costa orientale dell'Adriatico era stata annessa al Regno d'Italia), l'altra, invece, che guardava più alla Grecia e al Dodecaneso. Ovviamente la prima era spalleggiata dagli ex irredenti, come il fiumano Giovanni Host-Venturi, ministro delle Comunicazioni di Gabriele d'Annunzio a Fiume. La seconda, invece, era sponsorizzata da uomini come Volpi ai quali, più che piantar bandiere, interessava l'egemonia economica. Comunque era una visione venezianocentrica in contrasto con quella del resto del fascismo italiano, poco interessato alle vicende adriatiche.
Non che tra Damerini e i vertici della città corresse sempre buon sangue, anzi. Si registra una rottura profonda con Volpi, proprietario del Gazzettino, giornale popolare, quando acquisisce la Gazzetta di Venezia, giornale delle élite, e ne chiude all'improvviso la redazione, senza neanche preoccuparsi di salvaguardare quel che c'è dentro. È Damerini a portare di persona le annate arretrate alla biblioteca Marciana, in modo che si salvino almeno quelle. A quel punto l'ormai ex direttore se ne va da Venezia in uno sdegnato esilio sui colli asolani. Anche i libri sulla storia di Venezia nel Settecento non sono privi di risvolto politico. «Dietro Damerini», precisa Paladini, «si scorgeva l'ombra lunga della storiografia ottocentesca e primo novecentesca», soprattutto di Pompeo Molmenti (che muore nel 1928) e di Elio Zorzi (che nel dopoguerra diventerà direttore della Mostra internazionale di Arte cinematografica).

SETTECENTO VENEZIANO
In quegli anni si assisteva a una rivalutazione del Settecento veneziano, negando la decadenza dello stato veneziano (curioso che accada oggi la stessa cosa con gli indipendentisti, evidentemente influenzati dalla storiografia fascista) in chiave antifrancese. Sostenere che Venezia nel XVIII secolo era ancora uno stato florido ed era stata ammazzata dai francesi (dimenticando, tra l'altro, il ruolo dell'Austria) significava prendere le distanze dall'illuminismo e dai suoi valori «di marca massonico-democratica» per contrapporgli i valori nazionali e imperiali sostenuti da Benito Mussolini e dai suoi sodali veneziani.
Così come nel dopoguerra non c'è stata cesura della classe dirigente (basti pensare ad Achille Gaggia e alla sua Sade), non ce n'è nemmeno negli esponenti culturali. Damerini continuerà a esercitare un ruolo di primo piano nella venezianistica, senza mai rinnegare la sua impostazione politica. Quando Mario Isnenghi, professore di Storia contemporanea prima a Padova e poi a Venezia, scrive l'introduzione al libro di Maria Damerini, vedova di Gino, la apre con una metafora, riferendo le spiegazioni della donna per raggiungere la casa di Asolo: «Sempre a destra! Per venire da noi si svolta sempre a destra».
 

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