Dentro i segreti della Biennale
Architettura dal "fronte"

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Dentro i segreti della Biennale. ​Architettura dal "fronte"

di di Verdiana Garau

VENEZIA - Vi ricordate il mito di Thule? L’isola leggendaria, l’ “estrema conoscenza”, quell’ultima isola, ultima terra al di là del mondo scìbile?

Venezia nella sua forma utopica di non luogo, slegata da qualsiasi ordinaria concezione urbana, offre una vetrina oggi alla 15esima edizione della Mostra di Biennale per l’Architettura, votata al superamento delle barriere imposte dalla speculazione edilizia, senza proporre erezioni di spaventosi grattacieli o eiaculazioni di progetti inutilmente visionari spesso sterili e si rivolge ad un pubblico di massa, proponendo e sviluppando progetti avanzati e idee fertili, con una nuova concezione del vivere, dello spazio e nuovi trattamenti di questo.

Alla ricerca di una felicità sostenibile, la prospettiva di un nuovo leggendario futuro degli spazi: la nostra ultima Thule.

Bella infatti questa Biennale di Venezia 2016 per l’ Architettura.

Il Direttore artistico Alejandro Aravena, familiare con Venezia da moltissimi anni, riporta i temi affrontati nel corso della sua carriera ad essere protagonisti.

REPORTING FROM THE FRONT, il titolo della Biennale Architettura di quest’anno.

Immigrazione, campi profughi, guerre, disastri naturali incombenti dovuti ai grossi cambiamenti climatici, esodi di massa, sovraffollamento, mancanza di risorse energetiche, quando i territori e le strutture sociali non sono in grado di assorbire questo impetuoso cambiamento, riversandosi come acidi reflussi gastrici su già disastrose scelte politiche e creando una fastidiosa e malata pressione sociale da ogni direzione.

Le persone sono come luoghi, e ne sono il topos allo stesso tempo, e se intendessimo l’opera architettonica come un organismo, come un corpo umano, ecco che si apre una visione olistica di quello che dovrebbe dire e significare il fare architettura.

Il corpo come una città, la città come un corpo. Una salute e una cura di questo che sia sostenibile e igienicamente intelligente. Un certo organo caldo, sempre per parafrasare Bukowski, un povero corpo voglioso di buone vibrazioni che comporta un sempre più crescente bisogno di alloggi, spesso temporanei, di strutture mobili, strutture di accoglienza o nuove formule di insediamenti urbani. La popolazione cresce, si sposta, si sviluppa, si identifica nelle strutture, si ibrida partecipando negli spazi, si contamina a vicenda e cerca valori e punti di riferimento.

Il direttore artistico ha pensato di racchiudere in mostra, proposte di valore, creative e funzionali, attraverso suggerimenti sull’utilizzo di materiali di scarto riciclabili, con avanguardie delle forme e dei materiali.

Entrando in Arsenale, il pubblico viene accolto con una magnifica installazione che Aravena ha pensato di creare riutilizzando i resti e gli avanzi delle precedenti scorse edizioni. Muri di piccole formelle irregolari in cartongesso, decorano la sala d’ingresso in un gioco dicromico e optical, mentre dal soffitto, pendono barre di ferro a suggerire un’armatura sospesa, materiale a disposizione, che ci scende dal cielo.

In Arsenale non si può non soffermarsi sulle proposte cinesi, dove in un progetto di recupero di zone devastate, vengono mostrati campioni di materiali da costruzione: cocci e resti di macerie o trucioli di scarto sono reimpiegati nella creazione di superfici dai pattern grafici, avveniristici e esteticamente molto piacevoli, isolanti, biodegradabili, leggeri e funzionali.

C’è anche l’India e la sua impermanenza, le fantasie sulle strutture temporanee da costruirsi in riva al Gange durante le grandi e devastanti celebrazioni del Maha Kumbh Mela con pontili giganti per attraversare pedonalmente il grande fiume, e tendopoli degne di una accoglienza organizzata e pulita.

Più avanti davvero notevole, eccellendo per valore estetico, è il progetto del Politecnico Federale di Zurigo, EHZ, dove un team di architetti ha creato una struttura sospesa molto fosteriana, con volte intersecate, in un disegno che ricorda la coda di una grossa balena in procinto di ribattere un enorme onda marina. Struttura piantata a terra con enormi tiranti in acciaio, in una installazione site-specific degna di nota e proposte di studio sull’elemento “cupola”.

Una giovane architetta indiana, Anupama Kundoo, utilizzando materiali poveri, propone strutture abitabili, realizzate per la mostra in scala 1:1. Ecosostenibili, dal design minimale e molto contemporaneo, bagni alla turca e docce in stile da tinozza e secchiello, le idee della Kundoo spiccano per funzionalità, eleganza e creatività.

Ci sono le scuole galleggianti del nigeriano Kunlé Adeyemi e il suo studio NLÉ, che partono dal bacino dell’Arsenale per circumnavigare tutta la laguna: strutture mobili, a più livelli, che i visitatori possono esplorare con grande divertimento.

Sempre ai Giardini, il Padiglione Inghilterra si è trasformato in una shopping mall, dove “space for living, not speculation”, diviene il leitmotive, denunciando l’aggressivo impatto ambientale e sociale che l’edilizia industriale comporta con lo sviluppo di questi grandi complessi architettonici lontani dalle necessità civili.

Non scordiamo il genio di Norman Foster, Il Barone e il suo Droneport Prototype.

Parla di futuro Foster, un futuro vicino. Adesso con un servizio di delivery lo porta addirittura laggiù, lontano, dove lui, il futuro, non poteva arrivare. I materiali da costruzione e non solo, ma anche alimenti, medicine, raggiungono via drone luoghi altrimenti inaccessibili, per mancanza di infrastrutture, gap naturali o altri impedimenti contingenti. L’installazione di queste semplici “tende” o meglio “stazioni” in mattoncini, pensate come quelle di benzina, come porti di scalo per i droni, sono ammirabili presso i Giardini.

La Norman Foster Foundation, raccogliendo i frutti di precedenti studi in collaborazione con l’Agenzia Spaziale Europea sui siti lunari, pone l’attenzione sulla semplicità dei materiali di impiego e le tecniche di costruzione, materiali facilmente reperibili in loco che non devono essere necessariamente trasportati altrove, utilizzando tecniche semplici, generando impiego locale e diffondendo nozioni sulla costruzione delle strutture.

Voglia di cambiamento, voglia di ristrutturare il tessuto sociale. Là dove il corpo sociale è a brandelli e l’oblio getta nel dimenticatoio città dilaniate dalle guerre, i giovani si rimboccano le maniche e si fanno chirurghi dello spazio. Collateralmente, uscendo dal main stream della fiera, alle nappe dell’Arsenale un gruppo di architetti under40 ambisce a ricostruire la propria città.

Stiamo parlando del progetto Reactivate Sarajevo, Padiglione collaterale della Bosnia Erzegovina. L’idea è il recupero di un bellissimo edificio post-moderno come il Museo di Storia della Bosnia Erzegovina di Sarajevo, per dire, riattiviamoci, ricostruiamo, ripeschiamo nella buona memoria, recuperiamo, andiamo avanti. Per riattivare il mondo e lo spazio, spazio necessario a tutta la materia delle buone idee per circolare, idee semplici, per creare nuovi orizzonti.

 
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Martedì 14 Giugno 2016, 15:18






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