Scandalo delle cooperative, adesso
tremano migliaia di risparmiatori

Lunedì 15 Dicembre 2014 di Maurizio Bait
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Il terremoto dicono non si possa prevenire, viene d’improvviso quando la terra tossisce. Ma per chi sappia leggere i segni, quell’imponderabile scavo tellurico si lascia intuire prima che il sisma renda manifesta la devastazione. Due istituzioni della cooperazione, anzi le più importanti realtà di tutto il Friuli Venezia Giulia, sono cadute repentinamente sotto i colpi delle perdite e della paura, gettando in una rabbia disperata due popoli di soci prestatori: le Cooperative operaie di Trieste e la Coopca della Carnia, 44 punti vendita e 718 addetti la prima, 650 dipendenti e 38 fra negozi e supermercati la seconda, parecchi anche in terra veneta. Congelati in fretta e furia i prestiti sociali, che a Trieste assommano a 103 milioni di euro e a Tolmezzo a 30.

Chi ci aveva messo tutti i risparmi, chi prelevava un po’ alla volta per pagare le rate del mutuo. Chi aspettava si sposasse la figlia. Il popolo dei "congelati", che fra procedure commissariali e incerti piani di risanamento si vedrà ristorare al massimo una parte del maltolto, conta oggi 17mila prestatori alle Cooperative operaie e 3mila alla Coopca. In tutto, i soci di quest’ultima sono 10mila, ma quelli con la tessera di Trieste assommano a 114mila: una metà abbondante della popolazione della città.

Ma certo che queste erano istituzioni. A Trieste, ancora sotto l’Aquila bicipite degli Asburgo, sorgeva quella figlia legittima del mutuo soccorso, nato nelle pieghe della rivoluzione industriale ottocentesca. Era il 1903. Il fascismo ne muterà in parte la fisionomia piegandola alle convenienze del regime, ma senza intaccarne solidità e credibilità. Le Cooperative operaie dopo il secondo dopoguerra torneranno a veleggiare col vento in poppa.

Quanto alla Coopca, vanta un atto di fondazione carico di svolazzi manoscritti datato 1906 e vergato di pugno nella sala sociale di Villa Santina, all’ombra di quelle montagne austere e bellissime che sanno di fatica, coraggio, resistenza cocciuta. La sua storia è una successione di sfide che sembravano bollettini della vittoria, anche quella del 2011 con l’apertura di un mastodontico centro di distribuzione ad Amaro, dove l’autostrada di Alpe Adria che punta dall’Adriatico al Danubio svincola a sinistra l’uscita per la Carnia. Non tutto, però, è oro zecchino. Non ogni scelta è felice.

Ma come: hanno superato due guerre mondiali con in mezzo quell’inumana tempesta che fu il nazifascismo e adesso, proprio qui e ora, cadono tramortite senza nemmeno una storia che ne giustifichi il senso tragico? Il rancore del socio prestatore, di chi si sente vittima di una formidabile predazione, squaderna facili spiegazioni: si sono rubati i nostri soldi. Cosa inaudita e abominevole per quegli asburgici di triestini e quelle rocce di carnici.

Tuttavia la verità è sempre molteplice e spesso meno scontata. Prendiamo la questione di Trieste: una tesi piuttosto accreditata e al vaglio di chi indaga spiega l’inizio della fine con il trasferimento della parte sostanziosa del patrimonio a società "satelliti", determinando fra le entrate a bilancio consistenze più formali che effettive mediante sopravvalutazioni. Vero? Falso? Fino a prova contraria tutti sono innocenti. Vedranno i magistrati, che delle Cooperative operaie si stanno assiduamente occupando dopo aver spianato la strada a un concordato e nominato un commissario nella persona di un avvocato, Maurizio Consoli, che aveva proposto un documento per ottenere tale procedura. Ora promette un piano dettagliato «entro 90 giorni» e sta sudando le sette camicie per salvare il salvabile dei soci e dei dipendenti. «Esiste una buona base di partenza anche per l’occupazione e spero sia incrementata da qui alla presentazione del piano», si augura dopo che il Tribunale ha concesso un termine-ponte.

Quel ch’è certo è che il grasso dei profitti aveva seguitato ad assottigliarsi, a minare l’equilibrio, finché i conti - complice un andamento negativo della gestione commerciale - hanno superato la linea fatale del galleggiamento. Il colpo di grazia è venuto dall’avvisaglia dei mesi scorsi, quando la notizia delle condizioni critiche dei conti aveva generato i primi brividi polari. L’emergenza pareva rientrata, ma intanto i primi plotoni di soci si presentavano allo sportello sociale per esigere il proprio capitale. Come in una banca che non stia proprio benissimo, se si moltiplicano i prelievi si va a carte e quarantotto. Già all’indomani della feroce notizia giuliana, alla Coopca è cominciata un’emorragia copiosa di capitali prestati. Più la paura che il cervello prelevava copiosamente perfino dalle casse del colosso Coop Nordest, che nulla c’entra e però tutto aveva da perderci, al punto da dover mettere repentinamente in campo una serie di pubblici avvisi: cari soci, noi stiamo benissimo e i vostri prestiti sono al sicuro. Invece in Carnia la mannaia ha concesso il bis: stoppati i prelievi. Il prestito è congelato, non si discute. Fare la fila diventa un autolesionismo del cuore.

La colpa fa sempre fatica a rinvenire le proprie paternità. A Trieste scattano i primi "avvisi" della Procura, anche in Carnia si tenta la carta del concordato. Qui e là si tessono le ardite tele di salvataggi praticabili. Nordest, Conad, magari anche Despar per rilevare negozi, tutelare il lavoro, salvare il bambino e buttare l’acqua sporca. Si moltiplicano, poi, gli indici puntati contro la Regione Friuli Venezia Giulia, deputata per legge al controllo. Il palazzo replica: «Occorre cambiare alla svelta le norme - certifica la presidente Debora Serracchiani - poiché con quelle attuali possiamo verificare la sola applicazione dei principi di mutualità». In questi giorni si tirano fuori sentenze di Cassazione che su fronti differenti, ma non dissimili, ammettono azioni risarcitorie a carico del pubblico controllore. Tutto da verificare e in ogni caso tempi dal respiro omerico.

Tutto questo non attenua il dolore di chi ha perduto o rischia di perdere tutto. Nel Nordest del 2014, come in un boulevard della Buenos Aires di qualche anno fa. Senza nemmeno la dolce consolazione di una milonga, che mitigava la scoperta di nuove povertà e imprevedibili carte stracce con la dolcezza sensuale di un passo di ballo. Ma da Trieste e dalle vallate carniche si guarda per natura verso Vienna. Ai giri di valzer sui nuovi Titanic. Ultimo aggiornamento: 09:42 © RIPRODUZIONE RISERVATA