Coronavirus, quando sarà il picco? «I cinesi hanno azzeccato i calcoli, qui serve una previsione europea»

Giovedì 12 Marzo 2020 di Angela Pederiva
Coronavirus, quando sarà il picco? «I cinesi hanno azzeccato i calcoli, qui serve una previsione europea»
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Coronavirus. Il professor Giorgio Palù è docente emerito all'Università di Padova e già presidente delle Società italiana ed europea di Virologia. «Quindi non sono un matematico e non conosco i calcoli sviluppati per conto della Regione», premette l'esperto, alludendo a «funzioni, equazioni della retta tangente alla curva, derivate» e via di questo passo. «Ma se il risultato finale è stato divulgato per invitare la gente a stare a casa rimarca sono perfettamente d'accordo con questa iniziativa: ora è quanto mai fondamentale contenere i contagi».

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In precedenza ha visto e analizzato studi simili?
«Sì, quello condotto in Cina, dove i matematici ci hanno azzeccato. Basandosi sul modello sperimentale costituito dall'andamento del numero di contagi, gli analisti cinesi hanno fissato il punto di partenza all'8 dicembre, quando a Wuhan venne registrato il primo caso e il famoso dottor Li (Wenliang, poi censurato e deceduto, ndr.) cercò di lanciare l'allarme. A cominciare da quel tempo zero, è stata misurata la curva: ascesa, picco e discesa. In quel modo gli autori hanno predetto che il virus avrebbe avuto una vita di 20 giorni, che il plateau (la fase in cui il picco rimane fermo nel tempo, prima di iniziare a calare, ndr.) si sarebbe attestato a 85.000 casi in febbraio e che l'epidemia si sarebbe spenta in 100 giorni. Ecco, è andata proprio così». 

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Ma allora si può replicare automaticamente quello schema anche in Veneto e ipotizzare che pure qui si concluderà tutto in poco più di tre mesi?
«No, per due ragioni. La prima è che non possiamo guardare al solo Veneto bensì almeno all'Italia e, ancora meglio, all'Europa. Il virus non conosce frontiere, ma sappiamo che nel Vecchio Continente sta circolando la stessa tipologia, cioè il Coronavirus cinese che si è modificato di poco. A dircelo sono le ricerche del professor Christian Drosten dello Charité University Hospital di Berlino, il virologo che ha sviluppato il test molecolare per la diagnosi e che ha sequenziato i casi del tedesco che era stato in Italia e del bavarese che era entrato in contatto con una cinese, pubblicate su The New England Journal of Medicine. Partendo da qui, va fatta una proiezione complessiva, a livello europeo».

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La seconda ragione?
«Lo studio cinese riguarda un Paese in cui sono stati isolati 60 milioni di persone, con misure drastiche e sanzioni severissime. Invece in Italia, cioè al di là del Veneto, le restrizioni sono state attuate in maniera più graduale e non certo con quel rigore. Inoltre sul nostro territorio nazionale i focolai epidemici sono sparsi un po' dappertutto fra le varie regioni».

Per questo non può essere proiettato sul Veneto il caso di Vo', che nell'immaginario collettivo è stato considerato il nostro Wuhan e che stando al secondo screening di massa sta evidenziando un crollo della positività dal 3% allo 0,05%? 
«Esatto. Il paesino padovano non è un modello di popolazione, ma un piccolo cluster che merita comunque di essere studiato, in rapporto al controllo della diffusione, alle caratteristiche della trasmissione in famiglia, ai fattori di rischio, alla durata di vita del virus e al tempo di secrezione delle mucose nasali. Insomma è un caso interessante per tanti parametri, ma non come modello predittivo».

Condivide dunque l'idea della stretta sulle chiusure?
«Assolutamente sì. La gente è in preda alla confusione: prima tieni aperto, poi chiudi un po' qua ma non là, poi chiudi questo ma non quello, poi un altro po' ancora... Il problema è che qui non ci sono i mezzi per fare i dovuti controlli: l'altro ieri per lavoro sono andato da Treviso a Padova e non mi ha fermato nessuno...».
 

Ultimo aggiornamento: 13 Marzo, 08:43 © RIPRODUZIONE RISERVATA