«Mia madre dottoressa uccisa dal Covid, io come lei: medico di base in prima linea con i pazienti»

Martedì 24 Novembre 2020 di Luisa Giantin
«Mia madre dottoressa uccisa dal Covid, io come lei: medico di base in prima linea con i pazienti»

PADOVA - «Il modo di affrontare il virus, ora come nella scorsa primavera, è il medesimo: massima attenzione e impegno h24. L'unica arma che abbiamo in più sono i tamponi. Sento i miei pazienti Covid sintomatici anche 2 volte al giorno, in videochiamata. È importante vedere come stanno». Il medico si chiama Rafi el Mazolum, 36 anni tra qualche settimana, ed è figlio di Samar Sinjab, la dottoressa di Mira (Venezia) morta per covid-19 lo scorso 9 aprile all'ospedale Ca' Foncello di Treviso.


Samar è stata la centesima vittima medico della pandemia in Italia e a lei, purtroppo, ne sono seguiti molti altri. Una dottoressa molto amata dai pazienti, per la sua cordialità ma anche per l'impegno e la professionalità che dedicava al suo lavoro. Dall'ospedale presso cui era ricoverata continuava a telefonare ai pazienti ricoverati per Covid in altri nosocomi per sapere come stavano. Quando il figlio Rafi fu incaricato di sostituirla, prendendosi cura dei 1500 pazienti negli ambulatori di Mira e di Borbiago aveva commentato: «Spero di essere all'altezza di mia mamma». Ora, con la seconda ondata del virus è Rafi ad essere un medico in prima linea sul fronte del Covid. 


Cosa è cambiato dalla scorsa primavera?
«Sostanzialmente poco o nulla. Come medici dobbiamo continuare a mantenere la massima attenzione. L'unica differenza è che abbiamo un'arma in più, i tamponi e siamo in grado di fare una diagnosi tempestiva. Partiamo dal presupposto che ogni paziente è un potenziale positivo fino a prova contraria, e quindi va adottato ogni accorgimento, per noi medici ma soprattutto per i nostri pazienti». 


Lei ha introdotto da subito i tamponi nel suo ambulatorio?
«Certamente. Abbiamo fatto richiesta di tamponi rapidi e molecolari organizzando la struttura ambulatoriale in modo tale che pazienti con sintomi, o solo sospetti, potessero recarsi in ambulatorio in sicurezza». 


Ovvero? Come vi siete organizzati?
«Non basta la sanificazione. L'attenzione sta nel ricevere i sospetti pazienti Covid fuori del consueto orario di ricevimento, per garantire il massimo distanziamento ed evitare possibili contagi».


Tutto ciò richiede un impegno 24 ore su 24.
«È così, fuori del consueto orario dell'ambulatorio vengono effettuati i tamponi ma va dedicata la massima attenzione anche agli altri pazienti. Ictus, infarti, scompensi cardiaci non sono scoparsi solo perché c'è il virus, anzi, il fatto che gli ospedali non effettuino più alcune prestazioni richiede da parte del medico di medicina generale un'ulteriore impegno nel seguire i pazienti».


Come vivono i pazienti questa situazione, ora rispetto a questa primavera? 
«Sono più spaventati di questa primavera, perché sentono il virus più presente. Il fatto che vengano effettuati più tamponi, individuando così più positivi, talvolta anche asintomatici, fa si che il paziente senta più vicino il pericolo e ne abbia timore. E infatti la quantità di telefonate che ricevo ogni giorno è diventata esponenziale in questo periodo».


Molti positivi, anche sintomatici, restano a casa in quarantena, come riesce a seguirli?
«Mediamente li contatto 2 volte al giorno, per monitorare la situazione clinica, la saturazione dell'ossigeno, la respirazione, per prevenire la cosiddetta fame d'aria. Comunico con loro via whatsApp, via telefono ma sempre più spesso, se sono sintomatici, preferisco la videochiamata perché è fondamentale vedere di persona come sta il paziente».


Un impegno totalizzante, con una seconda ondata del virus che è coincisa anche con l'impegno della campagna vaccinale.
«Sì, ci siamo organizzati fissando gli appuntamenti via whastapp, impegnando anche i sabati. In poco tempo siamo riusciti a utilizzare tutti i vaccini, ora però stiamo aspettando la seconda fornitura».

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