Dal corpo umano al pianoforte ai libri: Ambrogio Fassina, l'anatomopatologo musicista

Lunedì 9 Maggio 2022 di Edoardo Pittalis
Ambrogio Fassina

PADOVA - Quando si siede al pianoforte e cerca le note di In un vecchio palco della Scala, il professor Ambrogio Fassina famoso anatomopatologo dell'Università di Padova, intona la vecchia canzone del Quartetto Cetra: Quanta e quanta gente nella sala/ c'è tutta Milano in gran soirèe. Il professore ospita concerti nella sua abitazione di via Fragimelica, a due passi dal Duomo, e qualche volta accompagna col flauto il quintetto. Ama la musica al punto di tenere in ordine i conti dell'orchestra dei Solisti Veneti. Per sei anni è stato il presidente del Conservatorio Pollini. Ama anche i libri, tanto da presiedere la Cleup la casa editrice del Bo, 150 pubblicazioni all'anno. Se resta tempo partecipa a tornei di bridge. Adesso è impegnato nell'organizzazione delle celebrazioni per gli 800 anni dell'ateneo padovano. E se non basta, ha un'idea per il teatro: un atto unico intitolato Di chi è il cadavere?. Riemerge il patologo. Uno scienziato ha reso pubblici i dati sulle malattie di Isabella D'Aragona vissuta nel Cinquecento. Perché il passato della duchessa di Milano e sovrana di Bari non ha lo stesso diritto alla riservatezza di un cittadino?
«Ci sono pochi studi di giurisprudenza e di etica che regolano questo argomento, mentre solo la UE parla del valore della privacy sui dati sanitari. Ma le informazioni sul Dna, che sono disponibili con un semplice prelievo di mucosa nasale, che tutela hanno? Nel nostro caso partiamo da un illustre collega che ha eseguito le autopsie delle salme degli Aragonesi conservate nella sacrestia di San Domenico Maggiore a Napoli e ha dichiarato in un bellissimo articolo scientifico le malattie da cui erano affette Anna e Isabella d'Aragona. Se è violazione della privacy, il collega può essere processato?.
Alberto Fassina, nato a Monza, 71 anni, da poche settimane è professore emerito. Per oltre quarant'anni ha insegnato al Bo e ha svolto lavoro ospedaliero. È stato presidente dell'Unione Europea di Medici di patologia.


Come è arrivato dalla Brianza a Padova?
«Per l'università. Papà aveva paura, dopo la maturità che ho fatto nel 1968, che con i disordini della contestazione io mi perdessi in mezzo al casino milanese. Così mi ha mandato a Padova, non poteva sapere cosa sarebbe accaduto. Sono andato al Collegio universitario Antonianum e ci sono stato molto bene. Subito dopo la laurea e le specializzazioni in anatomia patologica e igiene e medicina preventiva mi sono fermato all'università, mi hanno dato subito da lavorare».


Da bambino pensava che avrebbe fatto l'anatomopatologo?
«Beh! Mi piaceva aprire le cose e cercare cosa c'era dentro, come erano fatte. Ero ancora lontano da capire, ma quando a casa portavano conigli che dovevano essere cucinati, io li aprivo, cercavo di vedere cosa c'era. Ho continuato spinto dalla stessa fame di sapere. Questa è la mia storia».


Che famiglia erano i Fassina?
«Mio padre e mia mamma erano laureati in lettere antiche, mamma Giuseppina aveva fatto la tesi in papirologia poi ha avuto quattro figli e ha abbandonato una promettente carriera accademica. Papà Giuseppe ha una storia interessante, veniva dall'ambiente del cattolicesimo profondo lombardo che, a cercare un aggettivo, definirei manzoniano. Fin da giovane era impegnato in politica e dopo la guerra è stato un collaboratore molto vicino a Enrico Mattei su problemi che sono ancora attualissimi, come l'approvvigionamento energetico della nazione. Poco prima della morte di Mattei è andato a fare il direttore generale degli Aeroporti di Milano. Siamo cresciuti in mezzo ai libri perché papà era un grande lettore e appassionato di arte. Ha scritto molto, anche sulla storia della famiglia: un antenato della mamma è stato un protagonista delle Cinque Giornate di Milano. Ha scritto pure bellissime poesie, le mie non sono così belle. In tarda età ha riscoperto la pittura, era bravo».


In che cosa consiste il lavoro di anatomopatologo?
«L'anatomia patologica ha una parte fondamentale nella storia della medicina e trova le sue radici proprio a Padova, dove sono iniziati gli studi dell'anatomia umana per arrivare al culmine con Gian Battista Morgagni nel 1761, quando lo scienziato ha pubblicato il suo testo basilare nella storia del pensiero medico. È stato il primo in assoluto a collegare una situazione clinica con la patologia dell'organo e i suoi studi sono tuttora attuali. Ha collegato con intuizione il sintomo con la patologia dell'organo, mentre lo sviluppo della medicina insieme all'evoluzione di chimica e fisica hanno portato al passaggio dalla patologia d'organo, e quindi macroscopica, alla patologia di tessuto, e quindi visibile con la microscopia ottica. Negli ultimi decenni del secolo scorso abbiamo assistito a un'ulteriore evoluzione dell'indagine legata alla conoscenza delle funzioni della cellula. Posso dire di aver assistito e partecipato a questa affascinante evoluzione della scienza medica. Ho cominciato facendo le autopsie che restano un banco assoluto per l'educazione e la formazione di tutti i medici. Ho passato la vita a studiare le cellule e a riconoscere le malattie attraverso la modificazione morfologica e funzionale delle cellule».


Sono state utili le esperienze all'estero?
«Da studente nel 1974 con una borsa di studio sono andato a Washington e cinque anni dopo in Svezia: erano altri mondi rispetto al nostro, di una ricerca avanzata, con molti mezzi sempre supportati da progetti. Non sono i soldi che mancano da noi, sono i progetti e i progetti derivano dall'analisi della letteratura. Sulla porta del mio studio ho messo una scritta in tedesco, due parole il pensiero laterale. Prima devi avere un pensiero, se non vedi di lato non vedi nemmeno davanti. Prima di chiedermi che cosa voglio avere, mi chiedo cosa ho dato. Non ho mai dimenticato che da bambino sono stato l'ultimo a non essere vaccinato per la poliomielite e infatti l'ho avuta. Sono stato molto fortunato: mi ha lasciato conseguenze trascurabili, qualcosa alle dita e per correggerle mia madre, che suonava il pianoforte, mi ha fatto prendere lezioni. È così che ho imparato a suonare. Oggi il programma antipolio ha azzerato la malattia in Africa».


Ma non c'è solo la medicina tra le sue passioni?
«Uno dei libri che mi ricordo di aver letteralmente divorato è 'uomo dell'organizzazione di William Whyte, sono visceralmente parte dell'organizzazione e condivido quello che dicevo Altiero Spinelli che le istituzioni esistono se ci sono gli uomini che le fanno esistere. La mia appartenenza all'università di Padova è totale, il mio spirito di servizio ha avuto la migliore realizzazione nella biblioteca della facoltà di medicina. Ho una grande passione per la letteratura e il fatto di unire il mestiere di medico con la biblioteca è una cosa particolare. Se uno non legge non sarà mai niente. Quello che ci differenzia dagli animali è che noi possiamo leggere, la tradizione non arriva per caso ma viene appresa e migliorata e chi non lo fa è colpevole».


E la musica e l'editoria?
«Suono il flauto traverso e anche il pianoforte. La responsabilità di questa passione va ai miei più cari amici, Benedetto Scimeni e Alberto Schön, che mi hanno obbligato con la loro competenza e pazienza a leggere la musica del Settecento. In casa mia facciamo incontri musicali, qualche volta mi esibisco anch'io. Da cosa nasce cosa e il mio nome è finito nella terna dalla quale il ministro sceglie il presidente del Conservatorio Pollini di Padova, per sei anni dal 2013 mi sono trovato alle prese con un gruppo affascinante di docenti e di studenti e di problemi. L'amicizia con Claudio Scimone, il fondatore, mi ha portato ad essere l'amministratore delegato della famosa orchestra. Padova deve molto a Scimone».
 

Ultimo aggiornamento: 10 Maggio, 11:07 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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