Virus nella casa di riposo di Trichiana: esposto in Procura del figlio di una vittima

Martedì 28 Luglio 2020
​Virus nella casa di riposo di Trichiana: esposto in Procura del figlio di una vittima
L’anziana madre, che aveva 93 anni, è deceduta il 22 aprile nella casa di riposo di Trichiana, focolaio di Coronavirus già al centro di un’indagine della magistratura e di una dura denuncia degli stessi operatori, e il figlio presenta un'esposto in procura.
 

Focolaio di Trichiana, esposto in Procura

Il figlio di A. C., 93 anni, di Trichiana, nel Bellunese, una dei tanti ospiti della locale casa di riposo, nel comune di Borgo Valbelluna, vittima del coronavirus, lunedì 27 luglio 2020 ha presentato un esposto presso la locale stazione dei carabinieri indirizzato alla Procura di Belluno, che ha già aperto un’indagine sulle tante morti nella struttura, per sollecitare tutti gli opportuni accertamenti onde verificare eventuali profili di responsabilità in capo al direttore sanitario, ai medici e agli operatori, e per fornire all’autorità giudiziaria ulteriori elementi.

La vicenda dell’anziana, purtroppo, è simile quella di tanti altri degenti della Casa di soggiorno “Madonna della Salute”, dove sono rimasti contagiati quasi tutti: 53 positivi su 71 ospiti e una quindicina di decessi. La signora era stata ricoverata nella struttura nel luglio del 2017 perché non riusciva più a deambulare in modo autonomo, e quindi non era autosufficiente, ma era perfettamente lucida: aveva solo qualche piccola difficoltà nell’esprimersi, postumo di un ictus che l’aveva colpita trent’anni fa ma dal quale aveva recuperato quasi completamente. E godeva anche di buona salute, almeno fintantoché la Rsa, il 5-6 marzo, ha chiuso le porte agli esterni, vietando le visite ai parenti, per via dell’emergenza sanitaria.
 

Anziana madre morta di Covid: cosa è successo

Da allora i contatti del figlio con l’ultranovantenne per sincerarsi delle sue condizioni sono stati possibili solo tramite videochiamate o semplici telefonate, durante le quali l’anziana appariva disorientata e riferiva di una situazione di estrema confusione all’interno della casa di riposo, ma, di fronte ai suoi crescenti timori, gli operatori socio sanitari lo avevano rassicurato, garantendo che era tutto sotto controllo. Dal 12 aprile, tuttavia, anche videochiamate e telefonate si sono interrotte: la madre non rispondeva più. Finalmente, dopo tante domande per ottenere informazioni, dalla struttura gli hanno riferito che la degente era affetta da uno stato febbrile senza però fornire ulteriori dettagli e lasciando intendere che non si trattasse di una patologia preoccupante. Ma ad ogni richiesta di poter parlare direttamente con la propria cara, gli addetti obiettavano che in quel momento non era possibile, adducendo svariate giustificazioni: una volta perché indossava la mascherina per l’ossigeno, un’altra perché era sotto l’effetto della morfina somministrata per i forti dolori. Finché, dietro le sue insistenze, hanno dovuto ammettere che la donna si trovava in uno stato di grave debilitazione simil comatosa e che probabilmente aveva contratto il Covid-19. Nei due giorni seguenti il figlio ha continuato a chiedere costantemente informazioni sulle sue condizioni, finché, il 21 aprile, la struttura lo ha contattato spiegando che la situazione si era aggravata ma che la paziente non poteva essere trasferita all’ospedale. L’indomani, alle 5 del mattino del 22 aprile, A. C. è spirata.
 

Trichiana, la lettera degli operatori della casa di riposo

Ad accrescere le sue già tante perplessità sulla gestione della pandemia da parte della Rsa, la lettera di denuncia di 32 operatori della struttura - anche una trentina di loro sono risultati positivi - dall’eloquente titolo: “Ci avete lasciati soli, costretti a comprarci le mascherine”. Gli Oss, messisi a disposizione “di chi voglia approfondire la nostra testimonianza”, si dicevano sconcertati “dal fatto che, mentre ovunque si iniziavano ad attuare misure restrittive e indossare mascherine, noi ne fossimo ancora sprovvisti e non ci venisse fornita alcuna indicazione. Ogni volta che abbiamo espresso le nostre preoccupazioni la risposta della direzione è sempre stata che i presidi di protezione al momento non servivano. I primi (mascherine) sono stati acquistati da noi, di tasca nostra, e indossati di nostra spontanea volontà, non tanto per timore di venir contagiati, ma in quanto consapevoli che, avendo contatti con l’esterno, saremmo potuti essere veicolo di contagio. E inizialmente abbiamo incontrato una certa opposizione da parte della direzione, con la motivazione che questo accorgimento potesse creare preoccupazione negli ospiti. Anche ora percepiamo la non comprensione da parte della dirigenza della reale portata del problema. C’è la sensazione che solo noi, in costante contatto con gli ospiti, abbiamo la reale concezione del disordine e dei problemi creati dalla dubbia gestione dell’emergenza”.

Lettera che, veicolata dai sindacati di categoria, ha portato anche a un “blitz” dello Spisal in casa di riposo per interrogare medici e dirigenti e verificare il rispetto dei protocolli: accertamenti che confluiranno nel fascicolo aperto dalla Procura, come l’esposto del figlio della 93enne che si è affidato a Studio3A-Valore S-p.A. Di fronte all’obbligo contrattuale da parte della struttura di tutelare la salute degli ospiti e alle evidenti lacune della stessa sia in fase di prevenzione dal possibile contagio sia nella fase di gestione dell’epidemia in atto, per non aver posto in essere le misure necessarie a proteggere i pazienti che le erano affidati, si chiede all’autorità giudiziaria di andare a fondo della vicenda e di accertare le responsabilità a tutti i livelli, con particolare riferimento a quelle del direttore sanitario e dei medici della casa di riposo. © RIPRODUZIONE RISERVATA