Lungo i fiumi per difendere le acque dallo sfruttamento

Sabato 25 Gennaio 2020 di Federica Fant
La manifestazione ambientalista lungo le rive del Piave a Lambioi di Belluno
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Il 90% dell’acqua del fiume Piave è intubata, significa che serve - per quasi la sua totalità – a scopi idroelettrici o di irrigazione. Il Piave è oggi ridotto ad un quinto della sua portata naturale. Il Piave, fiume sacro alla Patria, non è più quello che mormorava calmo e placido, ma dal Piave arriva un grido di dolore perché è stato troppo sfruttato. La protesta dei “Pesci di fiume” si è svolta pacificamente ieri anche a Belluno, a Lambioi, dove volontari di più associazioni si sono dati appuntamento per far sentire la propria voce. 
GLI ORGANIZZATORI
«Siamo qui perchè vogliamo che sia rispettata da tutte le Regioni la direttiva europea sul Quadro delle Acque, accettata a livello nazionale. Purtroppo ciò che succede positivamente qui nel Bellunese non lo è da altre parti. Una volta cancellato l’obiettivo incentivi all’idroelettrico vogliamo anche che la direttiva venga recepita in tutt’Italia», ha spiegato Piero Sommavilla. Luigina Malvestio (Free Rivers) e Giovanna Ceiner (Italia Nostra) hanno contestualizzato la giornata, che ha visto una decina di sit-in in tutta la provincia, coinvolgendo il Maè e il Mareson in comune di Val di Zoldo, il Liera in Val Gares in Agordino, il Piave a Sappada località Acquatona e a Ponte nelle Alpi e, infine, sul Mis. Lo scopo era sempre lo stesso: l’urgenza di fermare chi mette le mani sull’acqua per intubarla e produrre energia. La mobilitazione mirava ad attirare l’attenzione di cittadini, amministratori e politici sul problema del “nuovo idroelettrico”, tornato di attualità dopo che il «Ministero dell’Ambiente ha reintrodotto nel Decreto FER gli incentivi agli impianti realizzati sui corsi d’acqua naturali che aveva eliminato in sede di bozza di decreto. La speranza è quella di sollecitare a dovere il Ministro Sergio Costa affinchè mantenga gli impegni presi in sede elettorale in tema di salvaguardia dei fiumi – hanno spiegato Malvestio e Ceiner -, disponendo la piena applicazione delle tabelle restrittive previste comunque dal Decreto FER». Le associazioni individuano nell’incentivo di Stato la causa principale del moltiplicarsi delle centraline e della corsa alla concessione ai prelievi idrici degli ultimi anni. Una corsa che ha coinvolto in molte occasioni anche i torrenti della montagna bellunese, fino a quel momento integri. «Danni gravissimi - spiegano gli attivisti di Free rivers - vengono arrecati agli ecosistemi fluviali in cambio di un misero contributo di energia rinnovabile poi ceduto dai privati al Gestore dei Servizi Energetici ad un prezzo spropositato». A Belluno ieri è arrivato, da Villorba, Roberto Talamini (WWF), originario del Cadore: «Sono interessato alla questione delle centraline – ha affermato -perchè stiamo distruggendo torrenti naturali e montani». Ultimo aggiornamento: 27 Gennaio, 09:39 © RIPRODUZIONE RISERVATA