Disastro del Vajont, il testimone: «La frana era prevista, ma non a quella velocità»

Sabato 15 Dicembre 2018 di Paolo Guidone
Disastro del Vajont, il testimone: «La frana era prevista, ma non a quella velocità»
6

LONGARONE - «Noi sapevamo che la frana doveva scendere, ma in base alle conoscenze di allora doveva venire giù con tempi molto più lunghi»: Luigi Rivis, bellunese, allora 30enne, responsabile degli impianti idroelettrici Piave-Boite-Maè-Vajont, ricorda che quella sera del 9 ottobre 1963 il suo diretto superiore si domandava da dove avrebbe potuto godersi lo spettacolo di una frana ampiamente prevista, ma ritenuta da tutti non pericolosa. Invece ci sono voluti solo 20 secondi perché 260 milioni di metri cubi di terra, alberi e sassi scivolasse nel bacino del Vajont ad una velocità di 100 km l'ora, con gli effetti che tutti conoscono. Dal 1951 fino al 1997 Luigi Rivis ha lavorato alla Sade e poi all'Enel fino a diventare vice direttore del raggruppamento impianti idroelettrici Cordevole-Medio Piave- Cismon-Brenta, ma è stato soprattutto un diretto testimone delle vicende che hanno preceduto e seguito la tragedia del Vajont, una catastrofe che ha raccontato in un primo libro, La storia idraulica del Grande Vajont scritto nel 2012 e approfondito quest'anno con una seconda pubblicazione intitolata Vajont, quello che conosco perché allora ero un addetto ai lavori e quello raccontato da altri (Aics editore), presentato ieri a Mestre nella sede del Collegio degli Ingegneri di Venezia. «Io c'ero prima, durante e dopo la tragedia del Vajont, in quel periodo ero vice direttore di tutti gli impianti che facevano capo a Soverzene ricorda Luigi Rivis - parliamo di sei dighe compresa quella del Vajont e mi sono salvato solo perché quella sera non sono salito sulla diga per controllare la frana mentre il mio direttore ed altri 3 tecnici che invece che erano lì, sono tutti morti». Prima che tra il 1956 ed il 1960 venisse costruita la grande diga alta 260 metri, i bellunesi ricordavano il Vajont soprattutto per il passaggio dell'esercito austro-ungarico che, nell'ottobre del 1917, dopo la rotta di Caporetto, arrivò a Longarone facendo prigionieri 10mila soldati italiani. La frana del 1963 ha cancellato e sostituito quella memoria collettiva che oggi Luigi Rivis arricchisce attraverso la propria esperienza personale. «Avevamo previsto un tempo di caduta di un minuto e un onda di 20 metri che non avrebbe causato danni, invece a causa della velocità l'onda è stata di 200 metri». Nell'ultima parte del suo libro, Luigi Rivis si toglie anche qualche sassolino dalla scarpa facendo chiarezza su ciò che di errato a suo giudizio sarebbe stato scritto sul Vajont. «C'è stata anche una grande disinformazione da parte di chi non conosceva bene il Vajont sostiene Rivis - alla quale io ho risposto attraverso documenti che non possono essere smentiti. Ad esempio è stato detto che si sapeva che la frana sarebbe scesa a quella velocità, quando invece nessuno di noi lo aveva previsto. E dopo la frana molte persone hanno iniziato a dire che avevano previsto tutto, invece leggendo quello che è stato scritto si capisce che non era vero». 

Ultimo aggiornamento: 16 Dicembre, 09:26 © RIPRODUZIONE RISERVATA