Viaggio nel reparto di malattie infettive: «Ecco le nostre armi»

Sabato 14 Novembre 2020 di Andrea Zambenedetti
Il reparto Covid dell'ospedale San Martino di Belluno
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BELLUNO -  «Guardi che Malattie infettive ora è reparto covid» mette in guardia l’infermiera che ci aiuta a destreggiarci tra un corridoio giusto e quello sbagliato dell’ospedale San Martino di Belluno. In portineria misurano la febbre e ci fanno indossare il braccialetto blu, è quello destinato a chi non ne ha. Lungo il tragitto per arrivare al primo piano, dove i reparti Pneumologia e Malattie infettive rappresentano il primo argine della lotta al virus, incontriamo una manciata di persone. È pomeriggio inoltrato, e di questi tempi anche imbattersi in visitatori con l’immancabile orchidea in mano non è contemplato. La porta del reparto è chiusa. Appeso con lo scotch sotto il campanello, un biglietto mette in guardia: «Cortesemente, se non ricevete risposta al citofono componete il numero del reparto». A terra, per pulirsi i piedi, ci sono gli stracci ben posizionati. Non c’è tempo di mettere i tappeti rossi a chi suona il citofono. Tutti hanno qualcosa di più urgente da fare che accogliere chi respira autonomamente. L’aria odora di disinfettante.
AL PRIMO PIANO
Malattie infettive è un corridoio diviso da una fettuccia adesiva incollata sul pavimento, è gialla e nera. Da una parte, ad un metro dal nastro, ci sono le porte chiuse con due pazienti covid per stanza. L’ingresso è consentito solo dopo aver indossato occhiali, calzari e sovracamici. Dall’altra parte medici e infermieri abbozzano sorrisi che sotto la mascherina si possono solo immaginare. Malattie infettive è il primo dei tre scalini per una persona che lotta contro il virus. «Qui abbiamo pazienti che non hanno bisogno di grandi quantità di ossigeno, in pneumologia ci sono quelli più gravi e poi c’è la rianimazione». Ad accompagnarci è il dottor Renzo Scaggiante, direttore della Unità Operativa Complessa di Malattie infettive. Lui è uno di quelli che l’emergenza Covid l’ha vissuta in prima linea, a Padova, quando Codogno e Vò Euganeo sono diventate i luoghi più famosi d’Europa. «Sapevamo che era questione di giorni. Tra addetti ai lavori la domanda più ricorrente era “quando?”». Adriano Trevisan, la prima vittima italiana, è morto il 21 di febbraio. Da allora il coronavirus non è più un mostro sconosciuto.
LUCE IN FONDO AL TUNNEL
«Da qualche giorno osservando i dati notiamo un plateau (un rallentamento della curva ndr), non sappiamo ancora quanto durerà ma lo stiamo vedendo. Qui non ci basiamo solo sui dati dei tamponi, ma teniamo d’occhio i ricoveri, le rianimazioni e vediamo come stanno i pazienti. Oggi in gran parte sono asintomatici. E questo è un bene. Producono anticorpi e probabilmente non saranno più trasmissivi per il virus. Si è visto nelle zone che sono state molto colpite dalla prima ondata: c’è stato un rallentamento nella diffusione del contagio». Parlare di immunità di gregge è eccessivo ma il percorso per battere il virus ha una strada tracciata: «La terza ondata - rassicura - potrebbe non essere così impattante, e soprattutto abbiamo gli strumenti. Prima erano protocolli ora sono cure. Abbiamo tutto a disposizione. Oggi la stragrande maggioranza guarisce con antiinfiammatori banali ma ormai siamo pronti anche per le trasfusioni di plasma con anticorpi da persone guarite. È questione di pochi giorni».
LA FOTOGRAFIA
Dalla sua scrivania Scaggiante usa toni rassicuranti, ma si sofferma a lungo su un aspetto che per tutti ormai sembra superato e metabolizzato: l’uso della mascherina. «Se indossata correttamente non ci si contagia». Il concetto è chiaro, dal Covid oggi si può guarire ma se si usano tutte le cautele ci si può mettere al riparo anche dal contagio. «Ci si aspettava ci sarebbe stata una seconda ondata. È iniziata dalle case di riposo. L’età media dei nostri ricoverati è molto alta: 82 anni. Ma abbiamo anche persone di 100 anni già ricoverate per insufficienze respiratorie, renali, ictus o alzheimer. È partita dal Comelico, è arrivata al Cadore, e più giù. Non solo degenti ma anche operatori e questo ci ha costretti a fare diversi ricoveri. E all’aumento dei posti letto. Oggi, a differenza della prima ondata, c’è molta più rotazione nei posti letto. Guarisce più gente. Dobbiamo però continuare a stare attenti agli anziani. Evitare che i ragazzi giovani siano fonte di contagio per le persone anziane. Dobbiamo stare attenti: la sanità sta in piedi se sta in piedi l’economia».
LE INCOGNITE 
Eppure qualcosa è successo, anche in provincia di Belluno. Qualcosa poteva essere migliorato. Quando è partito il focolaio in Comelico misure più veloci avrebbero permesso di rallentare il contagio? «Mi immagino un anziano che va al bar a leggere il giornale e gli devi far mettere la mascherina. Ma non c’è un indicazione così precisa. Uno dice di si l’altro di no. Non si può sempre dire che è colpa dei cittadini. Una epidemia si vince all’inizio, soprattutto con un virus del genere». Insomma anche le istituzioni, viste da qui, potevano fare di più, anche se Scaggiante non si lascia trascinare nella polemica: «Dove si vede che aumenta il numero dei contagi bisogna impedire che questo continui. Prima o dopo gran parte delle persone verrà in contatto, la difficoltà è far fronte a tutti. Non c’è un numero illimitato di accessi e bisogna preservare chi è a rischio. Nell’attesa che arrivi un vaccino».
NERVI SALDI
Prima di accompagnarci fuori dal reparto e di lasciarsi la porta alle spalle Scaggiante ci porta nella zona esterna dell’ospedale. Una rampa di scale che consente l’accesso alle finestre delle malattie infettive. Da quei vetri più di qualche figlio ha potuto dare l’ultimo saluto alla mamma o al papà. «Dobbiamo garantire l’isolamento ma anche rimanere umani. Non ci si abitua mai a vedere gli sguardi di questi anziani che magari arrivano nel cuore della notte, respirando a fatica». Il tablet e le videochiamate sono un’altra cosa. Ogni addio merita un suo rituale. Anche per chi lascia il reparto ne è previsto uno. Non è una stretta di mano ma un tocco di gomito. Scaggiante però rassicura: «Vedrà che presto torneremo a darci la mano».
 

Ultimo aggiornamento: 08:17 © RIPRODUZIONE RISERVATA