​Terremoto dell’Aquila, la mamma della fotografia-simbolo: «Incredibile ma in quello scatto ero felice»

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​Terremoto dell’Aquila, la mamma della fotografia-simbolo: «Incredibile ma in quello scatto ero felice»

di Angelo De Nicola

A colpire, più che il vistoso cerotto sopra una ferita sul naso, più che due occhi sbarrati che guardano lontano chissà dove, fu quella mano poggiata, con dolce fermezza di madre, sulla sua piccola di 7 anni il cui volto, sfinito dal sonno e con le labbra grandi grandi, spuntava sotto un coperta d’ospedale.

Quella foto, scattata fuori dall’ospedale “San Salvatore” dell’Aquila in quell’alba del 6 aprile 2009, fece il giro del mondo. Una foto-simbolo. Una popolarità certo non voluta. Stefania Faraone e sua figlia, Sara Luce, oggi splendida 17enne, si guardano complici davanti alla rinata basilica di Collemaggio avvolta da uno splendido sole, e sorridono. Il terremoto sembra distante. Dieci anni.

«Può sembrare incredibile - racconta Stefania, aquilana fin nel midollo - ma quello scatto mi ritrae in un momento di gioia. Sì, di gioia. Perché più che paura, i miei occhi dicevano: io e la mia bimba siamo vive». Vive dopo il crollo della casa in centro storico, in via della Mezzaluna, mentre papà Carlo, più grave, era stato trasferito all’ospedale di Pescara. «E pensare che dovevamo essere al mare, invece eravamo tornati per la domenica delle Palme. Per fortuna ci videro i vicini rientrare, altrimenti nessuno avrebbe saputo che la nostra famiglia era a casa in centro». 

A tirarli fuori dalle macerie furono uno studente e un vicino di casa, Maurizio, che dopo aver portato la propria famiglia al punto di raccolta in piazza San Pietro, tornó indietro per salvarli. «Luce, spaventata, era in braccio a delle studentesse quando io finalmente fui tratta fuori da sotto le macerie. Di quello studente che ci aiutò mai più nessuna traccia. Il destino, invece, ha voluto che fosse proprio Maurizio, il nostro vicino, a progettare la casa di una nuova vita».



Signora Stefania, cosa ricorda oggi?
«Il ricordo più nitido di quella notte è mia figlia che mi chiama ed io che non la raggiungo subito perché ero sotto le macerie. L’ho riabbracciata soltanto dopo».

Sei anni fa il rientro in città, a Picenze, periferia est dell’Aquila, dove papà Carlo ha costruito nel frattempo una casa nuova.
«Non sentirsi a casa da nessuna parte, questa è stata un po’ la sensazione di Luce nei primi anni, guerriera sin dall’inizio di un frammento di vita vissuta, come tanti coetanei, nella precarietà di non avere un punto di riferimento».

Le elementari di Sara Luce a Pineto, le medie a Barisciano. Le difficoltà per inserirsi, per andare avanti, ci sono state in questi dieci anni.
«Io sarei tornata sin da subito ma anche il ritorno per Luce è stato duro. Io avevo le mie amicizie, erano rimaste le stesse, per lei invece era sempre tutto nuovo e tornare per noi è stato quasi un altro trasloco».

Ha paura?
«Ci sono cose che rimarranno a vita ma non bisogna farsi paralizzare dalla paura. In questi anni ho maturato la convinzione che se è il tuo momento puoi essere ovunque. Un concetto brutto da accettare, lo so».

Come è cambiato il rapporto mamma e figlia dopo quell’esperienza?
«Mentre sono in casa, quando lei non c’è per un viaggio ad esempio, mi capita di sdraiarmi sul suo letto o di indossare un suo jeans. Lei fa le stesse cose. È partita per Londra e ha indossato un mio giubbetto».

E il futuro? All’Aquila?
«Come lo vedo io sicuramente qui, a Sara Luce auguro di viaggiare e tornare perché qui sono le sue radici. Il centro storico dell’Aquila per me rimane un amore immenso. Tornerei in una casa dentro le mura immediatamente. Sara Luce invece lo vive come i suoi coetanei. Esce, ci trascorre le serate, a volte ci passeggia. I bambini di allora hanno pochi, pochissimi ricordi della città».
Ha collaborato Daniela Rosone
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Domenica 31 Marzo 2019, 00:15






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