Capitano Mariachiara Soldano, prima donna a guidare in Calabria una compagnia dei carabinieri

Mercoledì 30 Settembre 2020 di Camilla Mozzetti
Capitano Mariachiara Soldano, prima donna a guidare in Calabria una compagnia dei carabinieri
Trent'anni appena e un primato che ha fatto brillare gli occhi di gioia al papà (un tempo dirigente dell'Asl di Foggia) e alla mamma (insegnante in pensione dallo scorso primo settembre) che si porta dietro un «carico di responsabilità importante». Perché il capitano dell'Arma dei carabinieri Mariachiara Soldano è la prima donna (giovanissima) a guidare una compagnia in Calabria. Nessuno prima di lei aveva finora ricoperto l'incarico in una Regione bellissima eppure drammaticamente lacerata dalla criminalità organizzata.

Lo scorso 9 settembre, dopo un'esperienza analoga in Sicilia, è arrivata a Rende, un comune di oltre 35mila abitanti in provincia di Cosenza. Che non è l'Aspromonte o la Locride ma non per questo territorio esentato (per grazia ricevuta) dal crimine. Proprio nel cosentino la procura di Catanzaro guidata da Nicola Gratteri lo scorso giugno ha emesso 21 misure di custodia cautelare colpendo quelli che vengono chiamati i “nuovi boss di Cosenza” e mettendo fine a un traffico di droga ed estorsioni compiuto nei territori che circondano il capoluogo bruzio: Rende e Montalto Uffugo, per citarne alcuni.

E sempre in zona, a Rose, nel febbraio del 2019 fu arrestato Francesco Strangio, pluripregiudicato e membro apicale della cosca di San Luca, latitante dal gennaio 2018 dopo una condanna definitiva a 14 anni per associazione finalizzata al traffico internazionale di stupefacenti. Nella sua vita c'è spazio anche per le ambizioni personali oltre che professionali: al momento non è sposata né ha figli ma sogna un giorno una famiglia convinta che «Anche nelle professioni più delicate e sensibili ci sia lo spazio per costruire e proteggere gli affetti».



Capitano Soldano, partiamo dal 9 settembre e dal suo arrivo a Rende. Lei è la prima donna dei carabinieri a guidare una compagnia in Calabria.
«Vivo con orgoglio e con enorme entusiasmo questo incarico che è al contempo pregno di doveri e responsabilità».

Anche perché, pur non rientrando nelle classiche zone di 'ndrangheta, il consentino e la sua provincia non sono estranei al fenomeno.
«Cosenza, i comuni della sua provincia, sono Calabria a tutti gli effetti. E anche in questa zona la criminalità è presente. Basti vedere le operazioni svolte dai carabinieri nel corso degli ultimi quattro anni che hanno portato all'arresto di molte persone per spaccio di sostanze stupefacenti, estorsioni, furti con quello che noi chiamiamo il sistema del “cavallo di ritorno” e alla cattura di latitanti come Francesco Strangio e Gianni Siciliano».

Lei ha solo 30 anni, come ha iniziato?
«Dopo il diploma mi sono iscritta alla facoltà di Giurisprudenza all'università Cattolica ma nel mentre mi preparavo per i concorsi dell'Arma. Il primo tentativo andò male: risultai idonea ma non rientrai in graduatoria eppure non mi sono arresa».

E oggi è capitano, donna in una terra difficile.
«Non conta il genere quanto la professionalità e la dedizione che si mette quotidianamente in un lavoro. In Accademia affrontavano addestramenti molto duri come le arrampicate e le scalate di vette molto alte. Il passo era deciso e lo zaino era affardellato con tutto l'occorrente previsto per la sopravvivenza. Era davvero pesante da portare in spalla, ma era lo stesso sia che l'allievo fosse donna che uomo. Davanti hai oggettivamente questa sfida: superare i limiti fisici e psicologici. In altre occasioni dovevamo affrontare lunghi percorsi pieni di ostacoli come il passo di leopardo a terra sotto il filo spinato, che facevo allo stesso modo come i miei colleghi. Non mi sono mai sentita inferiore. Non esiste un lavoro che è prettamente maschile si fa ciò che si vuole con passione».



Perché ha voluto diventare un carabiniere?
«Non avrei potuto e voluto fare altro, ho sempre desiderato l'uniforme la riconducevo ai valori che i miei genitori mi hanno trasmesso».

E quali sono questi valori?
«Sulla mia sciabola ho inciso una frase: “giuramento di amore e fedeltà”, una frase della Virgo Fidelis, che racchiude tutto. La mia soddisfazione più grande è dedicarmi al prossimo, capire le persone e aiutarle. Questo riassume per me il concetto di amore e poi c'è la fedeltà che ritengo essere una delle virtù più nobili che una persona possa avere e dimostrare».

Prima di Rende, c'è stata la Sicilia ed anche lì, ancor più giovane di adesso, ha guidato delle compagnie?
«Sull'isola sono stata impegnata 4 anni. Arrivai a Modica da tenente, poi sono stata trasferita a Ragusa con il doppio incarico di dirigere la compagnia e il “Norm”, il Nucleo operativo e radiomobile, e c'è stata anche una piccola parentesi a Vittoria, sempre in provincia di Ragusa, e sempre alla guida della compagnia».

A Rende è arrivata da poco, cosa si aspetta da quest'esperienza?
«Ho sempre desiderato l'impiego in territori sensibili e la Calabria rientra in questa categoria. Rende ha alle dipendenze dieci stazioni che hanno competenza su ben 15 Comuni che si sviluppano nell'entroterra medio valle crati che abbraccia la pre Sila, all'interno dei quali operiamo grazie alla capillarità dei comandi stazione che garantiscono una presenza ed un controllo costante. Ci sono molti paesi dove siamo molto molto attenti perché, come le dicevo, non mancano zone d'ombra e situazioni da tenere sotto controllo. I reati più comuni riguardano lo spaccio, le estorsioni, i furti con il metodo del cavallo di ritorno. Penso che non bisogna essere timorosi quando si crede fortemente in ciò che si fa. Mi aspetto un modello di sicurezza partecipata che abbia delle grandi aperture alle Istituzioni locali ma soprattutto ai cittadini. Il mio compito sin da subito, sarà indirizzare ogni risorsa con grande passione per cercare di consolidare quella fiducia che le popolazioni da sempre in questi territori accordano all'Arma dei Carabinieri».

Per Leonida Rèpaci Calabria era sinonimo di «Categoria morale», al netto poi di tutte le vicende che l'hanno fatta diventare terra di mafia prima che espressione geografica. «Calabrese, nella sua miglior accezione metaforica - diceva lo scrittore - vuol dire Rupe, cioè carattere. È la torre che non crolla giammai la cima pel soffiar dei venti». Che tipo di persone ha incontrato finora e che giudizio complessivo si sente di dare?
«C'è una popolazione molto aperta, accogliente e dinamica. E' forte il bisogno e la richiesta di sicurezza, la gente si impegna e si percepisce la volontà dei cittadini onesti di affidarsi ai carabinieri». Ultimo aggiornamento: 2 Ottobre, 08:06 © RIPRODUZIONE RISERVATA