Liti nel governo, Europa sparita: duello Salvini-Di Maio

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Di Maio e Salvini

di Mario Ajello e Simone Canettieri

Una piazza contro l'altra, uno a Roma e l'alleato-rivale tra il Piemonte e l'Emilia, e anche la fine della più stramba campagna elettorale di sempre - quella del Salvimaio che esplode tra reciproci attacchi in una simulazione dell'odio in attesa della reunion e dell'abbiamo scherzato - è una detto e contraddetto a distanza tra alleati-rivali. In cui Salvini annuncia da Vercelli: «La Flat tax si farà da subito». E Di Maio: «Se aumentiamo l'Iva per fare la Flat tax, i cittadini ci mandano a quel paese». Modo elegante per ricordare a Salvini che lui dice solo «str...».

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E in questo mai parlare all'Italia e sempre parlarsi addosso, in una controversia autoreferenziale in cui manca l'Europa anche in questo epilogo prima del silenzio pre-elettorale, ecco che Luigi manda questo messaggio all'ex amico: «Ci vogliono mandare a casa». E Matteo risponde dal Nord, salendo sul palco del comizio a Castel San Giovanni, vicino a Piacenza: «Fantasie che io voglia far cadere il governo». Tu sei più cattivo di me, e io sono più buoni di te: questo insomma, maccheronicamente, il senso dello scontro last minute tra i due capi partito, che è coerente con l'andamento dell'intera gara italo-europea, o meglio italo-italiana.

LE TRUPPE
Nella piazza grillina, alla Bocca della Verità, non una sterminata piazza d'armi, si contano nell'attesa che arrivino in pullman le truppe cammellate grandi spazi vuoti. «Ma dove sono i nostri sostenitori?», si chiedono i grillini: «Forse sono finiti nelle buche di Roma». Anche i comizi finali, tra circoscrizione Nord-ovest e circoscrizione Nord-est, del capo lumbard non sono affollati come ai tempi del Matteo Invulnerabile e superpop. Anche se tra piazze e urne il rapporto come si sa è quello che è, e comunque Salvini - capolista ovunque - punta a raccogliere 4 milioni di preferenze: ne aveva prese nel 2014 223mila, candidato in tre circoscrizioni. La quota 4 milioni significherebbe superare anche il record di Berlusconi che alle Europee ha toccato il tetto dei 3 milioni. Ma questo si vedrà. Per ora l'ultima rissa tra i due vicepremier è quella di due pugili stanchi. Che si combattono ancora ma già pensando al dopo voto in cui in qualche maniera dovranno riconciliarsi. La piazza salvinista di Verbania fa registrare appena 800 persone. Ma anche quella romana è una delusione per i 5 stelle.

Il vero nemico qui, però, non è Salvini. Ma la paura. Il timore cioè che il Pd faccia il sorpasso: dalla mucca nel corridoio (di bersaniana memoria) al balzo della tigre. Non a caso spunta tra gli stand Alessandro Di Battista che spara a zero contro i dem: «Hanno ucciso lo stato sociale». Ma tutti gli chiedono invece della Lega. Di Maio rilancia la sua tesi dei guai giudiziari leghisti (il governatore Fontana, Siri, la bufera in arrivo sul sottosegretario Rixi) come nuova Tangentopoli («Sulla questione morale occorre stare molto attenti, ricordiamoci di Tangentopoli») e Matteo ribatte offeso a conclusione del suo tour in Emilia: «Nessuno ha parlato di Tangentopoli quando nei guai è finita la Raggi. Parlare di nuova Tangentopoli per tre inchieste di cui non si conosce niente è assurdo. E' come se io per l'inchiesta sulla Raggi avessi tirato in mezzo Mafia Capitale». E Di Maio: «La lotta alla corruzione è un valore, non un insulto». E Salvini: «Ci ingiuriano dicendo che siamo corrotti. Ma quando mai!».

STANCHEZZA SUL RING
Rieccoci alla Bocca della Verità. Il palco grillino è minimal, di un celestino quasi sbiadito. La parola d'ordine è: continuare per cambiare. Che è la stessa, ma gli uni contro gli altri, che rimbalza dai palchi di Salvini su al Nord. Si vede qualche big nella piazza stellata, ecco il ministro Sergio Costa. Subito accerchiato da grillini che si lamentano per i depuratori che non funzionano, e lui rassicura tutti: «Abbiamo tante cose da fare, al primo consiglio dei ministri ci prenderemo a mazzate. Peccato che sia finita la campagna elettorale, altri due mesi e lo avremmo ripreso». Ce l'ha con Salvini il quale fa cattivisticamente il magnanimo: «Spero che arrivino secondi e non terzi».

E non poteva che finire così, a darsi sulla voce, a dirsi diversi su tutto anche se da lunedì il film sarà diverso e dal c'eravamo tanto armati si cercherà di ripassare al c'eravamo tanti amati, questa competizione a due in cui tutti gli altri sono stati esclusi o oscurati o addirittura nascosti: si veda il Toninelli desaparecido per ordine del capo grillino così da togliere a Salvini l'obiettivo più facile da colpire. Di Maio urla: «Chi vuole la crisi lo dica subito e non lunedì». E ai suoi: «Salvini da lunedì comincerà a far cadere il governo». E l'alleato-rivale gli risponde in diretta: «Voglio continuare a lavorare con Conte e lo farò ancora per quattro anni. Si era un po' sbilanciato con i 5 stelle, ma non è diventato imparziale».

A riprova che niente li deve unire, in quest'ultimo giorno di battaglia così come in quelli precedenti, c'è anche il fatto che uno - Di Maio - si porta in giro nel rush finale, sia in in tivvù a La7 (ma non in scena) sia al comizio, la fidanzata Virginia. Mentre Salvini lascia fuori dalla mischia conclusiva la sua Francesca Verdini (la quale «comunque mi sopporta e non è facile sopportare uno come me»), anche perché il suo cognome può essere politicamente imbarazzato in una fase così delicata. E a proposito di Virginia, in questo caso non la fidanzata ma la sindaca, Di Maio le affida l'apertura del comizio. Lei esordisce, con addosso ancora il jet leg perché appena tornata dal Giappone, dicendo «basta alle campagne elettorali permanenti».

IO LAVORO, TU NO
Dal palco di Roma, il grillino: «I leghisti lavorino di più, fanno troppe chiacchiere». Dal palco emiliano, il leghista: «Troppi no di M5S, l'Italia ha bisogno di andare avanti e dico ai colleghi grillini di lavorare di più». E ancora: «Noi argine alla palude. Ma l'altro: «Noi argine alle idee strampalate della Lega». Talvolta le stesse espressioni usano i due, ma ognuno nel senso contundente ai danni dell'altro. «Da lunedì devono rimboccarsi le maniche», è l'avviso di Luigi ai ministri di Matteo.

E «da lunedì Di Maio e i suoi smettano d'insultare», tuona quell'altro. Mentre entrambi non dicono, né ora che la campagna elettorale è finita e neppure lo hanno detto quando è cominciata mentre si è svolta, come intenderanno fare la prossima manovra economica se il governo dovesse continuare o come l'Italia dovrà comportarsi in Europa visto che gli altri Paesi si stanno attrezzando (anche nella caccia alle poltrone cruciali nel potere comunitario) o come intende muoversi il governo italiano nei due consigli europei cruciali, del 28 maggio e del 21-22 giugno, o quanto la questione dei migranti - invece di essere trattata soltanto come un problema di sicurezza interna all'Italia e come il solito pretesto per battagliare tra i due premier - debba tornare, anzi diventare, centrale nell'agenda comunitaria e l'Italia deve avere la forza di far vincere le proprie posizioni nel mare magnum degli egoismi degli altri. Nel ring giallo-verde di ieri sera insomma l'Europa è la grande assente, a riprova che il voto per Strasburgo e Bruxelles serve a pesare le forze guaggiù nei Palazzi romani.

Di Maio con Casaleggio al suo fianco sul palco (ma Grillo non c'è ed è la prima volta che manca nella corsa finale) assicura che «i sondaggi hanno sempre sottostimato il nostro movimento» e Salvini dall'Emilia obietta: «Di Maio è innervosito dai sondaggi». E se sul set piacentino il Capitano accarezza il rosario nella tasca e poi invoca il «Buon Dio» perché «risvegli un po' di coscienze in Italia e nella Ue», il capo M5S sventola dal palco il tricolore e poi lo bacia quasi commosso.

Ma finalmente, siamo all'epilogo. E già si apre il post-voto: «Noi saremo il primo partito e daremo le carte», è la minaccia di Salvini. «Ma tanto si vota per l'Europa, e in Italia la maggioranza parlamentare l'abbiamo noi», è la contro-minaccia di Di Maio. E la palla, come si dice in gergo tennistico, è stanca.
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Sabato 25 Maggio 2019, 07:09






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