Angelo Licheri è morto: tentò di salvare Alfredino calandosi nel pozzo di Vermicino

Il dramma nel giugno 1981, l'uomo restò nel pozzo 45 minuti

Lunedì 18 Ottobre 2021
Angelo Licheri è morto: tentò di salvare Alfredino calandosi nel pozzo di Vermicino
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Non si sentiva un eroe ma Angelo Licheri era molto di più. Col suo volto neorealista, distrutto e infangato, raccontò quella tragedia immensa e mediatica che fu la morte di Alfredino Rampi. Lì, ai bordi del pozzo di Vermicino, Licheri, nato a Gavoi 77 anni fa e morto la scorsa notte a Nettuno, ci arrivò proprio guardando la tv: decise che non poteva continuare la sua vita di marito e padre e di autista per una tipografia senza tentare di salvare un bambino di sei anni, un bimbo che la sera del 10 giugno del 1981 era diventato un po' figlio di tutti. «Cercavano uno piccolo, e allora sono andato», raccontò poi, quando la morte di Alfredino lo stava già accompagnando nella vita. Licheri sapeva che cercavano volontari, esili e coraggiosi, per i soccorsi: per non far preoccupare la moglie, disse di andare a comprare le sigarette. Ma andò a Vermicino perchè voleva salvare Alfredino. «Arrivato chiesi di Elveno (Pastorelli, il prefetto che coordinò le operazioni di salvataggio, ndr) e della madre di Alfredino», raccontò. Il pozzo era largo 28 centimetri, Angelo non era uno speleologo ma era minuto a sufficienza.

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E soprattutto era determinato. «Può stare non più di venti minuti», dissero gli esperti. E fu calato a testa in giù la notte tra il 12 e il 13 giugno, 54 ore dopo che il bimbo era precipitato. Di minuti, tra il fango, il dolore, il buio e le speranze spezzate, Angelo ne rimase 45: tentò per sette volte di salvare Alfredino, tutte e sette le volte non riuscì. Scese per 60 metri, nessuno riuscì ad arrivare così profondamente, addirittura, per andare più giù usò il suo corpo gracile come un'ariete («tiratemi per qualche metro su e poi fatemi scendere») e si scorticò le anche. Riusciì, unico, a toccare il volto del bimbo pulendolo dal fango, cercò più volte di assicurarlo alle corde, imbracarlo ma «c'era il fango e scivolava». «È vivo ma rantola», disse come ricorda nel suo libro Massimo Gamba «Alfredino l'Italia nel pozzo». «Sentivo che respirava, gli ho detto che se riuscivo a tirarlo fuori lo portavo con me in Sardegna», raccontò poi Licheri.

In uno dei salvataggi addirittura, lottando contro la fatica, prese il bambino per un braccio e si rese conto che al bimbo si era spezzato il polso. Nell'ultimo tentativo prese Alfredino per la canottiera ma questa si stracciò assieme a tutta la volontà di Angelo. «Con le dita gli ho mandato un bacio, poi ho chiesto di essere tirato su velocemente», ricordò ancora. E nella foto che lo ritrae fuori dal pozzo, l'incubo di ogni favola cattiva, con la canottiera lercia e gli occhi esausti c'era già tutta la tragedia di Vermicino. E si cominciò a capire che era finita. Il bimbo morì infatti il 13 giugno. Angelo si porterà sempre quel pozzo dentro.

Ai funerali di Alfredino è in prima fila, porta la bara, ha un mancamento ma si scusa «per il disturbo». Poi ritorna alla sua vita ma non è più come prima, «avevo perso ogni vivacità» dice in un'intervista. Resta legato ai genitori del bimbo e partecipa ad ogni iniziativa per ricordarlo, come la raccolta fondi per dedicare un murales alla tragedia che non solo rese la televisione, nella sua crudezza, più umana ma evidenziò la necessità di una professionalità nei soccorsi gettando le basi per la protezione civile. Ad ogni intervista, tante in questo triste quarantennale, piangeva. Ma guai a chiamarlo eroe. «Ho rifiutato 27 medaglie d'oro e tanti premi, ho fallito: come potevo accettare?», disse severissimo con sè stesso ma clemente con la sua grande generosità.

 

 

Ultimo aggiornamento: 19 Ottobre, 11:06 © RIPRODUZIONE RISERVATA