Usa, dagli scontri ai rapporti con la Cina: Donald impone la stessa linea dura

Lunedì 1 Giugno 2020 di Anna Guaita
​Usa, dagli scontri ai rapporti con la Cina: Donald impone la stessa linea dura

Nessun presidente americano può dire di non aver avuto qualche seria crisi durante i suoi anni alla Casa Bianca. Ma Donald Trump potrà passare alla storia come quello che ne ha avute di più, e compresse nello stesso periodo di tempo. Dopo essere scampato per un pelo alla rimozione per l’impeachment, il 45esimo presidente americano si è ritrovato nell’arco di poche settimane con oltre 100 mila americani uccisi dal virus, 41 milioni di disoccupati e un pil in contrazione storica. Mentre la crisi metteva in evidenza la ferita dell’ineguaglianza fra le minoranze più esposte al virus e le classi più agiate, una serie di uccisioni di afro-americani da parte della polizia ha contemporaneamente riportato alla luce anche le tattiche repressive e violente che le forze dell’ordine riservano a quelle minoranze. E le città sono esplose.

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Davanti al confluire di crisi eccezionali che in genere si vedono scandagliate nei decenni – come la pandemia del 1918, la Grande Depressione degli anni Trenta, le sommosse sociali del 1968 – Trump ha scelto di restare sul tracciato che gli è familiare, quello dell’attacco. Di fatto, ha sparato a zero contro tutti i suoi nemici classici, dalla Cina, all’Organizzazione Mondiale della Sanità, dal G7 (che è stato costretto a rimandare dopo la rinuncia della Merkel e al quale vuole invitare la Russia) a Barack Obama, per poi puntare i suoi tweet più feroci contro i sindaci e governatori democratici e i manifestanti. Non c’è stato tentativo di compromesso, di dialogo. 

Certo, l’ineguaglianza razziale non è una scoperta degli anni di Trump: come dice giustamente Joe Biden, suo rivale presunto di alle elezioni di novembre, «è una ferita aperta nel corpo del Paese». La differenza fra Trump e i suoi predecessori però è che quelli hanno tutti tentato di aprire un dialogo, di portare delle riforme. C’è chi ha avuto più successo, come Lyndon Johnson nei primi anni Sessanta o Bill Clinton negli anni Novanta. C’è chi ha deluso, come lo stesso Barack Obama, che proprio perché era nero non poteva favorire troppo i suoi fratelli afro-americani senza indignare i bianchi. Ma tutti, repubblicani e democratici, in caso di crisi si sono sforzati di avere un effetto calmante sugli animi esacerbati. Ma sono state strategie più vincenti di quelle di Trump? Questo bisognerà vederlo.

George Bush senior, un repubblicano che dovette confrontarsi con le riots di Los Angeles nel 1992, seguite alla sanguinaria aggressione di un nero disarmato da parte di quattro poliziotti, fece ricorso all’esercito per riportare la calma in città, ma non usò mai contro i manifestanti termini pesanti, non si vantò di poter scatenare contro di loro «i cani e le armi più spaventose», e non ricorse alla storica frase «quando cominciano i saccheggi, cominciamo a sparare». Anzi, Bush andò a visitare Los Angeles, e invitò alla Casa Bianca gli esponenti delle organizzazioni afro-americane per un franco confronto e la ricerca di una soluzione. Non è lo stile di Trump. Il magnate newyorchese si vanta di essere un lottatore e di non cedere mai, e con i suoi tweet spesso infiamma gli animi. Ma fra questi animi infiammati ci sono anche quelli dei suoi sostenitori, che invece sono contenti. E non sono nemmeno pochi, visti i risultati del voto del 2016. Gli basteranno per rivincere a novembre? I sondaggi mostrano un Biden in avanzata su di lui, con il 53 per cento contro il 43. Ma c’è ancora tutta l’estate davanti. E se questa sarà l’estate dei ghetti in fiamme, molti di quei bianchi che si sono indignati nel vedere la polizia di Minneapolis uccidere il 46enne George Floyd senza motivo, potrebbero fare marcia indietro, temere per se stessi e preferire ancora Trump, con le sue promesse di «legge e ordine». 
 

Ultimo aggiornamento: 10:51 © RIPRODUZIONE RISERVATA