Le radici della rivolta/ L'equazione sbagliata sul tramonto di Trump

Lunedì 1 Giugno 2020 di Alessandro Orsini
Una rivolta scuote gli Stati Uniti e molti sono convinti che Trump sia politicamente finito. Il pensiero comune si presenta sempre in abiti succinti. Poche parole e un lieto fine: Un nero è stato ucciso da un poliziotto bianco e la giustizia sta trionfando. Proviamo a dire qualche parola in più. 

In primo luogo, non si voterà domani. C'è tempo fino al voto. Il fatto che la protesta possa degenerare rischia di aumentare i voti di Trump. Sia chiaro: non è una protesta, è un tipo di protesta. È una rivolta senza capi e, quindi, disorganizzata, con tutte le conseguenze negative che la disorganizzazione comporta nei fenomeni ribellistici a carattere insurrezionale. Siamo davanti al caos. È una rivolta di tutti contro tutti. I negozi bruciati, le auto incendiate, gli assalti ai supermercati, non vengono condotti dopo avere suddiviso i proprietari in suprematisti e liberali. Non esiste alcuna organizzazione o leader carismatico a dire cosa fare e come farlo. 
Immaginando che questo tipo di rivolta perduri e degeneri, i vantaggi sarebbero quasi certamente per Trump. Nemmeno gli americani che provano repulsione per i suprematisti sarebbero contenti di ritrovarsi con una pietra in fronte mentre attraversano la strada. Ecco il paradosso: coloro che vorrebbero assistere alla caduta di Trump tifano affinché la rivolta aumenti, senza sapere che, in questa forma, la rivolta lo avvantaggia.

Forse alcuni trovano appagante vedere Trump sotto assedio alla Casa Bianca. Attenzione però: ciò che appaga psicologicamente non sempre paga politicamente. Joe Biden lo sa bene e sta prendendo le distanze dalla rivolta. Queste sono state le sue parole, che traduciamo testualmente: Siamo una nazione nel dolore, ma non possiamo consentire a questo dolore di distruggerci. Biden sa che questo tipo di protesta favorisce Trump a lungo andare. Anche Trump ne è consapevole, tant'è vero che soffia sulle fiamme. Cerca lo scontro, mica l'incontro. 

Una volta chiarito che questa rivolta è un tipo di rivolta, i cui esiti sono iscritti nella sua genesi, cerchiamo di capire dove affondi le radici. Si è detto: nell'esasperazione prodotta dal suprematismo di Trump o nei suoi errori nella lotta contro il virus. Se così fosse, le radici della rivolta sarebbero nel partito repubblicano, ma è chiaro che sono nella società, anzi, in un tipo di società. La condizione essenziale dei neri svantaggiati negli Stati Uniti rimane sempre la stessa. Che al governo sieda il partito democratico o quello repubblicano, niente cambia in modo sostanziale. Quasi nessuno conosce il nome di Eric Garner, un caso identico a quello di George Floyd. Eric Garner era un nero, alto e in sovrappeso, che chiedeva a un gruppo di poliziotti bianchi di non ammanettarlo perché: Io non ho fatto niente. Il video, disponibile anche su youtube, non lascia dubbi: Garner era l'uomo più pacifico del mondo, sospettato di vendere qualche sigaretta sfusa per pochissimi centesimi (singole sigarette e non bastimenti). I poliziotti lo atterrano in gruppo, lo ammanettano e uno di loro, Daniel Pantaleo, gli stringe il braccio al collo e inizia a soffocarlo. Garner, il viso schiacciato sul marciapiede, pronuncia per undici volte questa parola: I can't breath, ovvero non riesco a respirare, le stesse parole di George Floyd. Eric Garner è stato ucciso a New York, il 17 luglio 2014, quando la Casa Bianca era guidata da Obama, presidente nero e democratico. Il medico, che visitò il corpo di Garner, disse: È stato un omicidio. 

Se, dopo otto anni di amministrazione Obama, George Floyd muore come Eric Garner, vuol dire che il problema non è Trump. Per motivi di sintesi, non elencheremo tutti i casi recenti di razzismo che hanno infiammato l'America, dai terribili abusi contro il tassista nero Rodney King, nel 1991, fino a oggi. Ci limiteremo a dire che, caduto Trump ed eletto Biden, avremmo altri George Floyd, magari non filmati e, pertanto, a tutti ignoti. Fino a quando i neri delle classi svantaggiate non si saranno dotati di un'organizzazione, non usciranno dalla disperazione. Il cambiamento non può essere affidato a un uomo solo. Otto anni di Obama, un nero che ama i neri, lo dimostrano. 
aorsini@luiss.it  © RIPRODUZIONE RISERVATA

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