Arrestati in Francia 7 terroristi rossi italiani, il senso della giustizia se passano cinquant’anni

Giovedì 29 Aprile 2021 di Massimo Martinelli
Arrestati in Francia 7 terroristi rossi italiani, il senso della giustizia se passano cinquant anni

Più “Europa della Giustizia” e meno “Francia patria delle garanzie”. C’è questo concetto, fortemente sostenuto da Emmanuel Macron, dietro la svolta che ieri ha riportato il nostro Paese indietro di quasi cinquant’anni, a respirare l’atmosfera opprimente degli anni di piombo attraverso le foto in bianco e nero dei servitori dello Stato uccisi dalle persone arrestate ieri in Francia.

Il gesto di apertura di Macron nei confronti dell’Italia e di Mario Draghi, probabilmente ha anche ragioni più politiche, con il presidente francese impegnato nella prossima contesa per l’Eliseo contro una Marine Le Pen che farà della sécurité il cavallo di battaglia della sua campagna elettorale. 

Ma al di là dei diversi motivi che hanno portato allo sblocco di una contesa giudiziaria ultradecennale, occorre mettere a fuoco il senso di questo evento che segna un punto di svolta dei rapporti tra Italia e Francia. Si è passati dalla frase beffarda, quasi provocatoria, pronunciata dal presidente Mitterrand nel 1982 («La Francia valuterà la possibilità di non estradare cittadini di un Paese democratico autore di crimini inaccettabili»), al via libera alla retata di ieri. È caduto il totem delle «garanzie» che il governo francese si vantava di riconoscere a chiunque potesse sostenere di essere stato condannato in contumacia o per le dichiarazioni di un pentito, due modalità non previste - almeno allora - dai codici francesi.

Un tratto distintivo che l’Eliseo utilizzava per vantare un livello di civiltà giuridica superiore a quello di quasi tutti i Paesi del mondo. Era la dottrina Mitterrand: «Non consegneremo nessun latitante ai Paesi dei quali non comprendiamo o non condividiamo l’ordinamento giuridico». E dietro questa enunciazione c’era tutta l’ideologia dei salotti della sinistra francese, frequentati da scrittori famosi, intellettuali, persino prèmiere dame, che coltivavano rapporti di amicizia con italiani che avevano impugnato armi per uccidere altri italiani.

E ora viene da chiedersi quanto ci sia da gioire per un provvedimento che rende indubbiamente giustizia dei delitti commessi e quanto invece ci sia da affliggersi per un’attesa talmente lunga da rendere comunque fuori luogo qualsiasi entusiasmo. Avevamo chiesto l’estradizione di una pattuglia di terroristi pericolosi e adesso - sempre che le pratiche di espulsione si concludano positivamente - ci restituiranno un gruppo di anziani un po’ malandati. Se di giustizia si tratta, che giustizia è quella che arriva talmente in ritardo da non poter essere apprezzata dalle stesse vittime interessate? 

È il caso di Nicola Simone, che nei primi anni Ottanta, da vicecapo della Digos, fu gravemente ferito in un tentativo di sequestro da parte di un commando brigatista, di cui faceva parte uno degli arrestati di ieri. Simone non ha potuto provare né gioia né amarezza, perché è morto venti giorni fa a 81 anni. 

E ancora, ci si domanda quanto senso possa avere la detenzione di persone che non delinquono più da moltissimi anni, visto che la funzione principale del carcere è la rieducazione del condannato. E che allo stesso Mitterrand si riconosce persino il merito di aver promosso la più grande operazione di rifiuto della violenza da parte dei gruppi armati. 
Sono interrogativi legittimi, posti soprattutto da chi è sempre stato sensibile - anche in Italia - a quella dottrina francese ispirata al perdonismo a prescindere per chiunque abbia commesso reati anche gravissimi in nome di una pseudo ideologia politico-rivoluzionaria. La risposta esiste, e rispecchia il modo di intendere la giustizia nel nostro Paese, che poi, in quanto a princìpi, non è secondo a nessuno. È possibile rintracciarla nel pensiero illuminista di Cesare Beccaria, che per primo e meglio di altri giuristi e filosofi più moderni, mise a fuoco i limiti, l’utilità e la funzione dei provvedimenti punitivi che lo Stato adotta nei confronti di chi commette un reato: «La legge deve stabilire una pena la cui durezza sia la minima necessaria al raggiungimento dello scopo, che è l’utile sociale». 

È proprio questo concetto di utile sociale che bisogna utilizzare come bussola: quanto è utile per un cittadino italiano sapere che lo Stato non dimentica di inseguire chi ha seminato morte e dolore? Quanto è utile che i giovani più esagitati prendano atto - oggi - che i crimini commessi prima o poi si pagano, anche se sono passati cinquant’anni? E infine, ha ancora la sua importanza poter guardare negli occhi un poliziotto, un carabiniere, un magistrato, e dirgli che no, non è vero che si può uccidere uno di loro, o un altro cittadino qualsiasi, e poi ricominciare un’altra vita, in un altro paese, come se niente fosse?

 

Ultimo aggiornamento: 11:25 © RIPRODUZIONE RISERVATA