Banca del Sud, ecco il piano: sostegno a investimenti e aggregazioni

Lunedì 16 Dicembre 2019 di Luca Cifoni

Il problema è piuttosto chiaro e non è nemmeno particolarmente nuovo: per le imprese del Sud è più difficile finanziarsi e quando riescono ad accedere al credito bancario comunque pagano tassi di interessi più alti in media di 1,6 punti rispetto a quelle del Centro-Nord. Individuare una soluzione, o quanto meno un percorso di miglioramento, è molto meno banale. Il governo ci prova, con l'obiettivo di costruire un progetto virtuoso a partire da due esigenze in realtà diverse tra loro: da una parte quella immediata di mettere in sicurezza la Popolare di Bari, dall'altra l'attuazione del programma di governo che al punto 19 parla - per la verità in modo piuttosto generico - di «rafforzamento dell'azione della banca pubblica per gli investimenti». Il decreto di ieri è il primo passo con il rafforzamento patrimoniale del Mediocredito centrale (controllato da Invitalia) che potrà diventare appunto la banca pubblica di investimento, come spiegato ieri sul Messaggero dal ministro Roberto Gualtieri. Va ricordato sul piano storico che in Mcc era confluita la Banca per il Mezzogiorno voluta nel 2009 dall'allora ministro dell'Economia Giulio Tremonti: fino al 2017 la partecipazione era detenuta al 100 per cento da Poste italiane.

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IMPEGNO AMPIO
Per Invitalia questo dovrebbe essere solo un aspetto di un impegno più ampio, con l'agenzia nel ruolo, se non di nuova Iri, quanto meno di catalizzatore del sostegno allo sviluppo in particolare a Sud: nei giorni scorsi era stato anche ipotizzato un suo impegno nel dossier ex Ilva. Il capitolo credito è di per sé complesso e per certi aspetti scivoloso. Ne ha parlato poco meno di tre mesi fa proprio in Puglia Fabio Panetta, direttore generale di Bankitalia e candidato al comitato esecutivo della Bce. «Nell'ultimo decennio - ricordava Panetta - gli intermediari con sede al Sud di dimensioni ridotte e in buona parte banche popolari hanno fortemente risentito della crisi». La via suggerita in questa situazione è quella del «consolidamento» che permetterebbe di «realizzare economie di scala». Il numero due di Via Nazionale ha però voluto evidenziare i limiti della formula delle «banche del territorio», indicando piuttosto l'obiettivo di «dar vita a intermediari coinvolti nelle sorti dell'economia meridionale ma operanti alla frontiera dell'efficienza».

GLI INVESTITORI
In questa linea potrebbe muoversi anche l'esecutivo. Sempre Roberto Gualtieri ha parlato di un «progetto aperto anche all'apporto di altri intermediari e investitori che ne volessero far parte». Dunque l'aggregazione delle popolari del Mezzogiorno sarà verosimilmente una delle linee direttrici, anche se naturalmente le decisioni concrete dipenderanno dai soggetti interessati.
L'accesso al credito è uno dei problemi delle imprese meridionali ma non il solo: anzi da un certo punto di vista sono più deboli di quelle del resto del Paese proprio perché troppo dipendenti dalle banche e simmetricamente molto meno in grado di utilizzare il mercato dei capitali, che diventa una fonte di finanziamento importante in particolare in periodi di recessione economica.

LE CRITICITÀ
Va da sè che, come rilevato da tutti coloro che analizzano i ritardi dell'economia meridionale a partire dalla stessa Banca d'Italia, le criticità da risolvere hanno una dimensione trasversale che va ben oltre l'aspetto strettamente finanziario. L'elenco è quello ben noto: si va dalla minore efficienza della macchina amministrativa meridionale (che si aggiunge alla minore disponibilità di risorse pubbliche) ai tempi a volte interminabili della giustizia civile, fino alla presenza pervasiva in alcune aree della criminalità organizzata: tutti fattori che rendono più rischioso investire al Sud. Ecco perché non ha molto senso attendersi miracoli dalla semplice creazione di una banca pubblica per gli investimenti, cioè il punto all'ordine del giorno del Consiglio dei ministri di ieri.

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