Woody Allen: «Girerò finché potrò, il lavoro è la mia vita»

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Woody Allen: «Girerò finché potrò, il lavoro è la mia vita»

di Gloria Satta

Parola d’ordine: resistere, resistere, resistere. «Spero di girare film il più a lungo possibile. E finché c’è qualcuno pronto a finanziarmi, vado avanti», sussurra Woody Allen, sorriso triste, solito maglione di shetland, modi da gentiluomo d’altri tempi. «Come mi sento? Più ansioso e vulnerabile che mai. Ma a 83 anni non mi lascio sorprendere da niente». Facile capire a cosa il regista si riferisce, anche se per suo espresso desiderio restano fuori dalla suite dell’elegante Hotel Le Bristol di Parigi, proprio le tempeste recenti che hanno investito la sua vita: le nuove accuse di abusi da parte di Dylan, la figlia adottata con Mia Farrow (e smontate già vent’anni fa dalla magistratura), l’ostracismo degli editori americani decisi a non pubblicare le sue memorie, il rifiuto di Amazon di distribuire negli Usa il nuovo film Un giorno di pioggia a New York, il 50mo (il regista ha fatto causa per 68 milioni di dollari), la condanna del protagonista Timothée Chalamet e del movimento #MeToo. Convinto che «la caccia alle streghe finirà», come ha detto di recente, Woody oggi parla della commedia romantica Un giorno di pioggia a New York, nelle sale italiane il 10 ottobre distribuita da Lucky Red. Al centro della storia due giovanissimi fidanzati (Gatsby interpretato da Chalamet, 23, e Ashleigh portata sullo schermo da Elle Fanning, 21) che, nel corso di un week end a Manhattan, faranno incontri inaspettati, vivranno avventure impreviste e impareranno a crescere. Al cast si aggiungono Selena Gomez, Jude Law, Liv Schreiber, Rebecca Hall, Diego Luna. I fan del regista ritroveranno dialoghi scoppiettanti, scorci struggenti della città, vecchie giacche spigate di Ralph Lauren, cene eleganti nell’Upper East Side, musei, puttane bellissime e sagaci, musica degli Anni ‘40.

Prima di tutto, è contento di essere a Parigi?
«Sì, anche se sono stanchissimo: ho appena finito di girare in Spagna, a San Sebastian, un film provvisoriamente intitolato Rifkin’s Festival. Il lavoro è la mia vita». 

In ”Un giorno di pioggia a New York” Schreiber fa un regista che rinnega il proprio film. Capita anche a lei?
«Spesso. Finché scrivo e scelgo gli attori mi sento fortissimo, ma quando vedo il lavoro fatto rimango deluso. La realtà è diversa da come la immagini». 

Gatsby, nel film, è molto romantico: le somiglia?
«Sì. Anche se gli altri mi percepiscono come un uomo spiritoso e divertente, io ho sempre avuto un’anima sentimentale. Non compaio più nei miei film perché sono troppo vecchio per interpretare un ruolo romantico». 

Come mai ha scelto Chalamet che, dopo le accuse di Dylan, ha dichiarato di essersi pentito di aver lavorato con lei e devoluto il suo compenso alle organizzazioni anti-molestie?
«Timothée mi è stato segnalato dallo scenografo Santo Loquasto che l’aveva visto in teatro. L’ho incontrato, mi è piaciuto e l’ho scritturato. Non me ne pento, è stato bravissimo soprattutto nel recepire tutto quello che di mio aveva il suo personaggio». 

Come sono i ventenni di oggi rispetto all’epoca in cui lei aveva la stessa età?
«Sono molto più intelligenti e sofisticati. Sanno tutto di sesso, droga, politica. Io ero molto più terra-terra». 

Ha mai giocato a poker, come Gatsby? 
«Certo. Nel 1967, quando girai in Gran Bretagna un film orrendo, Casinò Royale, giocavo a carte tutte le sere per arrotondare. E mentre gli altri si divertivano, io ero serissimo: da un full o un poker dipendeva la mia sopravvivenza».

Dica la verità, si sente più europeo che americano? 
«Mi sento molto fortunato perché da ben 50 anni, dai tempi di Prendi i soldi e scappa, l’Europa accoglie i miei film a braccia aperte. Non ho mai capito perché, forse migliorano quando vengono tradotti». 

È anche più facile, per lei, trovare i finanziamenti nel Vecchio Continente?
«Io prendo i soldi dove li trovo. Negli Stati Uniti i produttori pretendono di mettere bocca nel mio lavoro. In Europa, invece, mi lasciano totalmente libero». 

Com’è, dal suo punto di vista, l’America di Donald Trump?
«Frenetica. Sono un democratico e alle presidenziali ho appoggiato Hillary Clinton, convinto che Trump non potesse vincere. Mi sono sbagliato e ora aspetto le prossime elezioni per assistere alla rivincita dei democratici». 

Che ricordo ha del presidente quando, nel 1998, ha fatto l’attore nel suo film ”Celebrity”?
«Trump è stato bravissimo. Sul set era curioso, faceva tutto quello che gli chiedevo e sapeva a memoria le battute. Oggi, come presidente, è tutta un’altra cosa!».

Ha mai subito una censura, si è imposto a volte dei limiti? 
«I miei film non sono mai stati censurati in nessuna parte del mondo. Mi è capitato di rado di cancellare una battuta perché temevo che potesse offendere qualcuno». 

Vale ancora la mitica lista delle 10 cose per cui vale vivere, da lei letta nel suo film ”Manhattan”?
«Oggi che sono padre di due figlie (Manzie e Bechett, adottate con Soon-yi, ndr), aggiungerei la paternità. Tutta la mia vita ruota ormai torno alle ragazze e a mia moglie, dalla scelta dei film da vedere ai ristoranti». 

Pensa che lo streaming finirà per uccidere le sale? 
«Quello che sta succedendo mi rende molto triste. Sono cresciuto convinto che andare al cinema fosse uno dei grandi piaceri della vita: il sabato sera con la ragazza, la domenica pomeriggio con la famiglia. Non ha eguali il fascino della sala buia in cui dei personaggi carismatici parlano dal grande schermo. Non è la stessa cosa guardarli sul computer come fanno le mie figlie. Per me, la lenta erosione della sala è un fatto terribile».

Dove vede il suo futuro?
«Là dove la gente avrà ancora voglia di vedere i miei film. Non ho mai sbancato i botteghini, ma posso contare su un pubblico affezionato in tutto il mondo. Anche in America».
 
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Venerdì 23 Agosto 2019, 00:14






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