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M5s, i quattro litiganti: la fuga (al centro) di Di Maio, i sogni di Conte, la regia di Grillo e Fico eterna promessa

Idee confuse, progetti e liti interne: ecco cosa vogliono i 4 litiganti dentro al Movimento

Martedì 21 Giugno 2022 di Mario Ajello
M5s, i quattro litiganti: la fuga (al centro) di Di Maio, i sogni di Conte, la regia di Grillo e Fico eterna promessa

La premessa è che nessuno dei 4 litiganti - Conte, Di Maio, Fico e Grillo - ha le idee chiare sulle proprie mosse e sul proprio futuro. E che anche quando qualcuno di loro sembra andare d’accordo con qualcun altro, per esempio Grillo con Conte, in realtà diffidenze e scarsa fiducia reciproca punteggiano e vanificano in prospettiva questa finta intesa. Ma si possono intanto abbozzare 4 percorsi per ognuno dei protagonisti della grande guerra nella casa cadente di M5S. 

Luigi Di Maio

Ora la risoluzione sull’Ucraina (e spera che il governo Draghi, e lui stesso, si salvino), poi la «riflessione» («Prenderò tanti caffè con tante persone», va dicendo ai suoi e agli altri il pentastellato ormai nemicissimo dei pentastellati) e infine lo strappo. La rottura già nei prossimi giorni ed entro la fine di questa settimana come gira voce? Improbabile che avvenga subito ma avverrà presto. Che fai, mi caccio? E’ la battuta, nello stile di quella finiana a suo tempo, che sintetizza la sua situazione. Di Maio andrà via. Verso un rassemblement, se ci sarà, di centrismo liberale (Luigi sta seguendo con molto interesse la crisi della Lega, dove con Giorgetti fa tandem, e di Forza Italia, dove con la Carfagna c’è intesa da tempo) che sarebbe l’opposto di ogni grillismo vecchio e nuovo e che sotto sotto lo rappresenta non da oggi ma fin da quando da vicepresidente della Camera, prima ancora che da vicepremier e da due volte ministro, ha stretto rapporti, un po’ da alunno volitivo, con tante figure istituzionali (per esempio Pier Ferdinando Casini) entrando in sospetto agli occhi di molti dei suoi. Luigi ha una convinzione chiarissima: secondo i sondaggi non più di 50 grillini entreranno nel prossimo Parlamento e lui non sarà tra questi o, se lo sarà, lo sarà come ostaggio di Conte che gli avrà concesso la deroga al divieto del terzo mandato. Dunque? Deve strappare per forza. Ha con se una cinquantina di attuali parlamentari, un potere consolidato in Campania (per questo il Dibba dice: «Finirà come Mastella». Il che comunque per Di Maio forse non sarebbe male), ottimi rapporti con il Pd (molto migliori i suoi che quelli di conte con il Nazareno), una allure da figura istituzionale (Draghi lo protegge) dovuta anche alla frequentazione del mondo diplomatico e insomma: proverà a mettersi in proprio e a partecipare a quell’area denominabile Agenda Draghi ove tutti lo vogliono. E’ essenziale per lui, però, che si arrivi a una legge elettorale proporzionale: la via migliore per sperare, poi, di tornare al governo e diventare ministro per la terza volta. 

Giuseppe Conte 

Per ora ha perso tutte le battaglie. Compra quella di cacciare il reprobo e «traditore» Di Maio. Essere il simbolo dei 5 stelle piombati al 5 per cento è la sua maledizione. Superabile? Chissà. Il suo obiettivo è fare un partito personale, e sta cercando di farlo: rimmettendo in lista tutti i suoi fedelissimi (a cominciare dai 4 vicepresidenti spietatissimi contro di Maio per avere più comodamente la ricandidatura per se stessi e per i loro sodali senza troppo affollamento nei pochi posti disponibili al prossimo giro), contizzando tramite i delegati regionali appena nominati il movimento fino all’ultimo strapuntino perfino laggiù in Molise o in Basilicata  dove i dimaiani parlando di «epurazione») e il referendum sul mantenimento della regola del no al triplo mandato con i più le deroghe del leader a chi vuole lui è lo strumento per appropriarsi di M5S e farne un partito leninista (come se fosse possibile passare dall’anarchia all’intoccabilità del potere del capo supremo). Giuseppi come Lenin? Viene da sorridere, ma suvvia. Ma il modello è anche un altro, meno ambizioso ma anche questo poco a portata di mano. Ossia il modello Melenchon. Conte in queste ore è molto impressionato dalla performance elettorale del populista sinistrese di Parigi e si dice che voglia incontrarlo al più presto. Sapendo che la deriva radicaleggiante e anti-draghiana della propria leadership non sta piacendo affatto a Letta e al Nazareno, che però ancora non hanno deciso quanto e come scaricarlo, Conte intende buttarsi a sinistra: imitando, con Leu, ecologisti vari, alternativi d’ogni risma, movimentisti alla Dibba e la Raggi sarebbe in questo ambito, quella alleanza che ha permesso a Melenchon di spopolare. L’agit-prop francese viene però da una scuola politica, di tipo comunista, di lunga durata e da un curriculum politico professionale che Conte non ha. E le capacità strategiche, come è evidente da tutte le mosse di Giuseppi da quando è uscito da Palazzo Chigi, non s’imparano alla spicciolata. 

Beppe Grillo 

Appoggia Conte pur non stimandolo e lo fa per prendere tempo. Perché non sa che cosa fare, se non dover giustificare i 300mila euro all’anno che il leader M5S gli ha generosamente concesso. Il post appena pubblicato dall’Elevato in arrivo a Roma giovedì per mettere una pezza impossibile su una guerra irrefrenabile, è come al solito criptico e un po’ folle. «Chi non sta alle regole se ne vada», questo il senso. I contiani pensano sia il via alla cacciata di Di Maio. I dimaiani sono convinti che sia contro Conte. E Beppe: «Luce sulle nostre ferite. Qualcuno non crede più nelle regole del gioco? Lo dica con coraggio». Come al solito c’è tutto e niente in queste righe di Grillo. Il quale annaspa mai come stavolta, parla delle sue creature come di una «massa di idioti», non riconosce più Di Maio che prima considerava «l’unico non fesso tra tutti i miei» e non ama Conte di cui resta agli atti la dichiarazione mai smentita e più volte ribadita riservatamente: «Non ha capacità organizzativa né politica». Alla luce dei 300mila euro che prende da Conte però Beppe non può che pendere più verso la parte dell’avvocato che verso quella del ministro. Ma senza esagerare. Non crede talmente tanto più nei 5 stelle che neppure è andato a votarli a Genova, dove abita, per le Comunali. Ogni tanto se ne esce così: «Non vedo l’ora dio tornare a i miei spettacoli». Ma ormai gli manca un pubblico anche per quelli. 

Roberto Fico 

E’ l’eterna promessa del grillismo movimentista. Anche stavolta difficilmente mostrerà di valere qualcosa sul campo. Chi lo conosce bene dice di lui: «E’ più una barba iconica, tra Che Guevara e Cat Stevens, che uno che sappia qualcosa di politica». Dà sempre l’impressione di voler riacciuffare lo spirito originario del grillismo, tutto proteste di piazza contro gli inceneritori e meet-up super combat e altri movimentismi di popolo (ma dove è finito adesso il popolo?) e di base, ma purtroppo il suo abito istituzionale di presidente della Camera lo inibisce e lo imbriglia. Ah, se non fossi in questo alto luogo di rappresentanza quante lotte farei.... Traspare questo da tutti i suoi pori, e peli della barba, ma nessuno ormai più crede in lui dentro M5S. Dunque, fiancheggia Conte contro Di Maio perché è Conte che distribuisce i pochi posti disponibili da futuri eletti. Ma non c’è solo questo che unisce Fico all’avvocato. C’è anche la condivisione del progetto Melenchon. Ovvero: la sinistra radicale in Italia non esiste più? La facciamo noi! Uno con la pochette, l’altro con  la barba, e forse il primo a sorriderne è lo stesso Melenchon e l’unico a preoccuparsene magari è Fratoianni: ma come, Melenchon non sono io?

Ultimo aggiornamento: 14:10 © RIPRODUZIONE RISERVATA