«Veneto Banca, disegno criminoso»

Venerdì 10 Gennaio 2020
LO SCANDALO
TREVISO C'è tutto il racconto di come Veneto Banca è crollata, seppellendo sotto le sue macerie oltre 107 milioni di risparmi di famiglie e aziende, in quello che si legge nell'avviso di chiusura delle indagini del filone riguardante le truffe consumate ai danni di migliaia di clienti. I pubblici ministeri Massimo De Bortoli e Gabriella Cama, che compongono il pool dedicato allo scandalo Veneto Banca, dopo poco più di due anni di indagini hanno trovato la quadra di questo troncone d'inchiesta: i sei indagati, tra il 2012 e il 2015, «promuovevano, costituivano, organizzavano e partecipavano a un'associazione per delinquere finalizzata alla commissione di una serie indeterminata di delitti di truffa aggravata concernenti la vendita, a condizioni inique, di titoli azionari e obbligazionari».
I NOMI
La cupola, secondo gli inquirenti, sarebbe stata composta dall'ex amministratore delegato e direttore generale Vincenzo Consoli, considerato la mente del raggiro milionario, e da altri cinque manager: Mosè Fagiani (69 anni di Bergamo, ex condirettore generale e responsabile dell'area commerciale), Renato Merlo (66 anni di Montebeluna, ex responsabile della Direzione Centrale Pianificazione - Controllo), Stefano Bertolo (59 anni di Montebelluna, ex responsabile della Direzione Centrale Amministrazione e dopo il 2014 Dirigente Preposto alla redazione dei libri contabili societari), Massimo Lembo (67 anni di Treviso, ex responsabile della Direzione Centrale Compliance) e Cataldo Piccarreta (58 anni di Bari, ex direttore dell'Area Mercato Italia). Più che un management, secondo i pm De Bortoli e Cama erano un gruppo di potere saldato intorno al vero uomo al comando, cioè Vincenzo Consoli, che per i magistrati trevigiani fu «promotore e capo dell'associazione a delinquere che utilizzò la struttura organizzativa di Veneto Banca per asservirla alle finalità illecite del sodalizio criminoso».
LE ACCUSE
Nelle 86 pagine dell'avviso di chiusura indagini, i magistrati descrivono come Consoli e i suoi sodali abbiano di fatto mentito ai consiglieri d'amministrazione e ai soci dell'istituto di credito. Presentavano loro «pianificazioni aziendali non disciplinate da lacuna regolamentazione interna e completamente accentrate nelle strutture di vertice, assieme a dati di bilancio e previsionali non aderenti alla realtà, eccessivamente ottimistici, irragionevoli e inattendibili, costringendoli a mantenere elevato il prezzo unitario delle azioni». Il tutto dopo l'ispezione della Banca d'Italia che, il 6 novembre 2013, aveva esplicitamente evidenziato che il valore dell'azione era «incoerente con la situazione finanziaria della società e con il contesto economico». Per i magistrati Consoli e gli altri cinque manager hanno anche «approfittato dell'insufficiente attività di controllo svolta dal Collegio dei Sindaci e dalla società incaricata della revisione dei bilanci, la PricewaterhouseCoopers».
LE AZIONI
Veneto Banca però aveva iniziato a ingoiare i soldi dei clienti già nel 2012. Da lì ebbe inizio la battaglia dei vertici per indurre in errore anche le direzioni territoriali della banca, compresi i dipendenti. Nelle riunioni plenarie, scrivono i magistrati, «fornivano reiteratamente e pubblicamente false rassicurazioni circa il valore e la solidità finanziaria dei titoli emessi, tacendo sul fatto che il valore dell'azione era ampiamente sopravvalutato almeno del 40%».
IL MECCANISMO
Per piazzare le azioni i vertici di Veneto Banca ordinavano al personale di non utilizzare l'applicativo denominato ARS (Advisory Relationship Suite) per il collocamento dei titoli emessi ma lo IAC (Investor Adequancy Care) che permetteva all'istituto di procedere alla vendita anche in caso di non adeguatezza dell'investimento e non consentiva di tracciare l'intero percorso di verifica di apropriatezza dell'ordine impedendo di stabilire se si fosse trattato di consulenza attiva o passiva della banca. La clientela alla quale veniva proposto, anche se sarebbe meglio dire propinato, l'acquisto dei titoli era costituita, sottolineano De Bortoli e Cama, «da persone non in grado, per livello di istruzione, età avanzata, tipologia di professione o altre circostanze, di valutare correttamente il rischio connesso all'investimento effettuato». Ma c'è anche chi è stato costretto a comprare a fronte della concessione di mutui da parte della banca. Un raggiro che ha fatto sparire più di 107 milioni di euro. La strada percorsa dalla Procura si basa sulla giurisprudenza dettata dalla Corte di Cassazione secondo cui la truffa contrattuale si consuma quando si verifica il danno e nella misura massima. Nel caso specifico, dunque, quando è stata dichiarata l'insolvenza, ovvero nel giugno del 2017. Non si tratta più dunque di un reato continuato, che andrebbe a prescriversi a seconda di quando è stato commesso, ma è stata fissata una data successiva che allontana lo spettro che lo scandalo possa finire nel nulla.
Giuliano Pavan
© RIPRODUZIONE RISERVATA
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