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IL PROCESSO
ROMA La gestione dello stabilimento siderurgico di Taranto dell'ex

Martedì 1 Giugno 2021
IL PROCESSO
ROMA La gestione dello stabilimento siderurgico di Taranto dell'ex Ilva da parte della famiglia Riva, tra il 95 e il 2012, ha provocato un inquinamento «devastante per la salute e per l'ambiente». Ieri la Corte d'Assise, chiamata a giudicare 47 imputati (44 persone e tre società), dopo cinque anni di dibattimento e undici giorni di camera di consiglio, ha accolto la tesi della procura. Ventisei condanne, per dirigenti, manager e politici. In tutto 270 anni di carcere. I giudici hanno disposto anche la confisca degli impianti dell'area a caldo (nel frattempo passati prima attraverso una gestione commissariale e poi acquisiti da Arcelor Mittal) e di 2,1 miliardi di euro per equivalente profitto illecito delle tre società Ilva spa, Riva Fire e Riva Forni Elettrici. Un verdetto durissimo per Fabio e Nicola Riva, ex proprietari e amministratori, accusati di concorso in associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale, all'avvelenamento di sostanze alimentari, all'omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro.
I DETTAGLI
La sentenza del processo Ambiente svenduto è stata letta nell'aula magna della Scuola Sottufficiali della Marina militare, mentre all'esterno cittadini e ambientalisti manifestavano con megafoni e striscioni. La Corte d'Assise, presieduta da Stefania D'Errico, ha inflitto 21 anni e 6 mesi all'ex responsabile delle relazioni istituzionali, Girolamo Archinà, 21 anni all'ex direttore dello stabilimento di Taranto, Luigi Capogrosso, pene comprese tra i 18 anni e mezzo e il 17 anni e 6 mesi per cinque ex fiduciari aziendali. Condannato anche l'ex presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola: tre anni e mezzo di reclusione. A Vendola è stata contestata la concussione aggravata in concorso: per l'accusa avrebbe esercitato pressioni sull'allora direttore generale di Arpa Puglia, Giorgio Assennato (condannato a due anni per favoreggiamento), per far «ammorbidire» la posizione della stessa Agenzia nei confronti delle emissioni nocive prodotte dall'Ilva. Tre anni la pena per l'ex presidente della Provincia, Gianni Florido, che risponde di concussione e tentata concussione, reati che avrebbe commesso in concorso con l'ex assessore provinciale all'ambiente Michele Conserva (anch'egli condannato a 3 anni) e con Archinà. Assolto, dopo le modifiche al reato di abuso d'ufficio, invece l'ex sindaco di Taranto Ippazio Stefàno («perché il fatto non è più previsto dalla legge come reato»). Il non doversi procedere per prescrizione del reato di favoreggiamento è stato dichiarato, tra gli altri, nei confronti dell'ex assessore regionale Nicola Fratoianni (attuale segretario di Sinistra Italiana) e dell'assessore regionale Donato Pentassuglia.
I RISARCIMENTI
La Corte ha stabilito una provvisionale esecutiva di 5mila euro ciascuno a favore di centinaia di cittadini (erano oltre mille le parti civili) e un risarcimento di 100mila euro per la Regione Puglia e il Comune di Taranto, 50mila euro per la Provincia di Taranto e per i Comuni di Statte, Montemesola e Crispiano, per l'Asl e Legambiente. Nei confronti del ministero dell'Ambiente e del ministero della Salute diversi imputati sono tenuti al «ripristino dell'integrità dell'ambiente inquinato» o al risarcimento dei danni da liquidarsi «in separata sede».
LE REAZIONI
Rispetto alla sentenza che il procuratore di Taranto facente funzioni, Maurizio Carbone, definisce «Una svolta storica sul piano giudiziario per la città e non solo», gli imputati annunciano l'appello. A cominciare dalla difesa degli ex amministratori e proprietari. «I Riva - commenta l'avvocato Luca Perrone - hanno costantemente investito ingenti capitali in Ilva per migliorare gli impianti e produrre nel rispetto delle norme. Cifre e numeri che sono stati certificati dal Tar e dalle due sentenze di assoluzione del Tribunale e della Corte di Appello di Milano».
Reagisce Vendola: «Mi ribello ad una giustizia che calpesta la verità». Il ministro dello Sviluppo Economico, Giancarlo Giorgetti attende. «Rispettiamo la sentenza - dice - Manca la pronuncia del Consiglio di Stato per avere il polso della situazione. A quel punto, lo Stato, in qualità di azionista, potrà operare. Servono certezze per dare una prospettiva di crescita e sviluppo a Ilva e all'acciaio in Italia». Infine, per il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano, «la giustizia ha finalmente fatto il suo corso».
Valentina Errante
© RIPRODUZIONE RISERVATA
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