Barbaro, il maestro del Novecento in "esilio" nella casa del figlio di Dante Alighieri

Mercoledì 19 Febbraio 2020 di Vittorio Pierobon
Saverio Barbaro
MONTORIO (VERONA) - Da Dante Alighieri a Saverio Barbaro. Il salto può sembrare ardito: cosa c'azzecca l'autore della Divina Commedia con quello che è considerato uno dei grandi pittori del Novecento veneziano? Il punto d'incontro è una splendida magione a Montorio, periferia agreste di Verona. Un ampio podere trecentesco dove abitò Pietro Alighieri, giudice a Verona e figlio di Dante, e dove il Sommo Poeta, durante gli anni del soggiorno veronese, prima del definitivo esilio a Ravenna, si recava ogni tanto in visita. Non è escluso che qualche terzina della Divina Commedia sia nata nella frescura dove è immersa l'abitazione. Di certo molte opere di Saverio Barbaro sono state pennellate nello studio del maestro tra le antiche mura della dimora. Da numerosi anni il pittore vive in una sorta di autoesilio, da quando assieme alla moglie Turia si fece incantare da questo borgo a pochi chilometri da Verona, divenuto sede della Fondazione che porta il suo nome.
DECANO DELL'ARTE
A 95 anni, Barbaro è ancora in piena attività. Una sua mostra antologica si è chiusa da pochi giorni a Palazzo Robegan a Treviso. «Non ho nessuna intenzione di fermarmi, vado avanti con il mio ritmo. Non dimenticate che ho 95 anni», scherza il maestro. Le sale del palazzo in cui vive con la fidatissima Fatima, sono diventate una mostra permanente delle sue opere. Una full immersion nel mondo di Barbaro, dove si respira l'influenza del nord Africa, la sua seconda patria. Lo si vede dai temi dei dipinti, dal volto delle modelle, dall'arredamento e dallo stesso abbigliamento del maestro che indossa un copricapo marocchino. «Ho scoperto l'Africa giovanissimo, durante il mio periodo di soggiorno parigino. Erano gli anni Cinquanta, la capitale francese richiamava artisti e letterati da varie parti del mondo. Gente che studiava, lavorava e creava, ma anche molti sfaccendati. C'erano numerosi algerini e magrebini e io fui subito attratto dalla descrizione dei loro paesi d'origine. Terre all'epoca lontanissime e difficili da raggiungere. Presi una nave da Madrid diretta a Casablanca. Abbiamo rischiato di affondare, travolti da una burrasca, ma in un modo o nell'altro abbiamo toccato terra. Mi sono diretto subito a Marrakech e ho scoperto una bellezza della natura sconvolgente e un livello di civiltà che in Europa nemmeno si immaginava. Ho capito che dovevo restare lì». 
IL MAL D'AFRICA
Parla della sua Africa e ancora si emoziona. È amore puro, un'attrazione fatale, che ha profondamente influenzato la sua storia personale. Un po' come Paul Gauguin con la Polinesia, Barbaro ha trovato nei colori del Maghreb, quello che la sua anima d'artista cercava per esprimersi. Anni di grande produttività. Un imprinting etnico. Un assorbimento culturale, che porta il maestro a spendere parole di grande ammirazione per li mondo arabo. «Noi siamo orgogliosi, giustamente, della nostra civiltà, che dall'ellenismo in poi ha toccato vette grandiose, ma commettiamo l'errore di credere che sia l'unica civiltà. Quello che ho visto in Siria, in Libia, in Egitto, in Algeria, in Tunisia, in Marocco è meraviglioso. Splendori straordinari. Ho scoperto Palmira, quando in Europa pochi sapevano della sua esistenza, e sono rimasto estasiato. Purtroppo, c'è chi parla di scontro di civiltà. Io penso che le civiltà dovrebbero sempre compenetrarsi. E le religioni coesistere tranquillamente, senza diventare strumenti in mano a politici poco illuminati». 
IL TÈ MAROCCHINO
Barbaro sorseggia lentamente un tè marocchino, versato da Fatima. Parla misurando le parole, un eloquio forbito, citazioni in greco, versi poetici declamati con memoria ferma, una cultura umanistica straripante, che ancor oggi tiene in esercizio. «Mi piace leggere i classici, è un ristoro per la mente». Un amore per i classici che ovviamente lo porta a vedere con occhio critico le provocazioni del modernismo. Basta poco per scatenare una reazione: ha visto la banana di Cattelan? «Certo, ma non c'entra niente con l'arte. Quando penso a Giotto, Piero della Francesca, Michelangelo, Velazquez, agli impressionisti francesi e sento parlare di una banana appesa con lo scotch, mi chiedo come ci siamo ridotti. Non basta fare qualche macchia su una tela per essere artisti». 
DUBBI & DISAGI
Per un pittore che ha esposto più volte alla Biennale, vincendo vari premi, il concetto di arte contemporanea è difficile da digerire. «Non la capisco. Come si può chiamare arte un ammasso di ferro o di fascine, o, ripeto, macchie di colore, senza un disegno dietro. Io, oggi, alla Biennale mi sentirei a disagio. È come se avessimo buttato alle spalle 3mila anni di civiltà. Ognuno è libero di esprimersi come crede. Io lo rispetto, però io mi ritengo libero di scegliere ciò che mi piace. La gente impazzisce per le canzonette di Sanremo e non conosce Liszt, Chopin, Beethoven. C'è un vuoto culturale. Non puoi amare Wagner e le canzonette. Non si possono amare due donne contemporaneamente». Tranchant. Uomo di forte personalità e grande educazione. Deciso nelle scelte e negli amori. 
LA LAGUNA NEL CUORE
Un amore che si porta dentro da sempre è quello per Venezia. Lì è nato, ma poco ha vissuto, prima errabondo tra Francia e Africa, poi quasi separato in casa a Montorio, a poche decine di chilometri dalla laguna, ma così simbolicamente distante. «Una parte del mio cuore è sempre a Venezia. Seguo le cronache. È messa male. Mi addolora questa invasione turistica, greggi di persone che la attraversano senza capirla. Come quelli che vanno alle mostre d'arte, facendo registrare record di incassi, senza però capire cosa hanno visto. A Venezia è così, passano, sporcano, ma pochi ne comprendono la straordinaria bellezza. Per questo io sto lontano». Lo dice con tristezza, con il cuore dell'innamorato respinto. Poi un lampo, che lascia capire molte cose: «Certo se mi chiedessero di fare una mostra a Venezia, ci tornerei subito. Sarebbe bellissimo. Dopo tanti anni esporre di nuovo nella mia città». Un sogno, che potrebbe avverarsi. L'innamorato Saverio Barbaro ha lanciato il messaggio. La città travolta dalle greggi, come le chiama lui, di visitatori, saprà accogliere l'appello di Barbaro, l'africano? Un pittore che in gioventù dialogava e rivaleggiava con la novelle vague dell'arte veneziana: Vedova, Santomaso, Viani, De Luigi, Pizzinato. Colonne della storia dell'arte del Novecento veneziano. Come Barbaro, l'ultimo dei grandi.
Vittorio Pierobon
(vittorio.pierobon@libero.it)  Ultimo aggiornamento: 20 Febbraio, 09:35 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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