Morto Alfio Zin, il ristoratore della Riviera amante dell'arte

Venerdì 6 Marzo 2020 di Alda Vanzan
Morto Alfio Zin, il ristoratore amante dell'arte: era il Ligabue della Riviera del Brenta

CAMPAGNA LUPIA - Era il Ligabue della Riviera del Brenta. Un autodidatta, un artista che si era fatto da sé. Con una grande sensibilità. Sapeva guardare e osservare, riuscendo a cogliere e a tradurre con i pennelli e i colori l’anima della natura. I casoni. Le valli. La cultura contadina. Gli uomini, gli animali, la pesca, i cortili, le fasi delle stagioni. Pittore autodidatta: così si presentava Alfio Zin, 80 anni non ancora compiuti, camicia immacolata e pantaloni scuri, il tovagliolo sull’avambraccio sinistro, perché il suo vero mestiere non era dipingere, ma accogliere e consigliare i commensali, elencare le specialità del giorno, raccomandando sempre il bollito, l’anguilla alla brace e l’irresistibile risotto bianco. Prendeva le ordinazioni e quando vedeva un cliente osservare uno dei quadri appesi alle pareti del ristorante, con un orgoglio discreto annuiva: «Sì, quello l’ho fatto io».

Alfio Zin era l’oste e il pittore di Lova di Campagna Lupia. Oste, perché con i fratelli aveva portato avanti la trattoria di famiglia “Alla Stella”, un posto divenuto in due secoli punto di riferimento per più generazioni, il ristorante del pesce fresco aperto nel 1880 e cucinato rigorosamente come una volta, con le ricette tenute religiosamente segrete, ma anche con le innovazioni portate in cucina dai figli e dai nipoti. Famiglia numerosa, i fratelli in sala, le mogli in cucina, conosciuti e benvoluti, circondati dall’affetto del paese anche nei lutti. Come un anno fa, quando se n’era andato, ucciso dalla malattia, il fratello Valerio. E, due mesi fa, la sorella Gabriella.
Alfio era il ristoratore, ma soprattutto era l’artista di famiglia, innamorato dei pennelli e delle tempere e degli olii, il pittore che descriveva con tratti semplici il paesaggio che lo circondava. E anche gli avvenimenti. Come l’alluvione del 1966. Raccontò: «Quel 4 novembre 1966 stavamo festeggiando la chiusura annuale della cassa peota. Come ogni anno un centinaio di persone passava la giornata qui in trattoria dall’ora di pranzo fino a sera. Soffiava un gran vento di scirocco, pioveva da giorni. Ma mai avremmo pensato che potesse succedere una cosa simile».

Pittore autodidatta, sì, ma capace di farsi conoscere e apprezzare. Lo chiamavano il Ligabue della Riviera del Brenta per il tratto descrittivo, naïf. Era riuscito a farsi conoscere al di fuori dei confini di paese, in concorsi nazionali ed internazionali, mostre personali e collettive in Italia e all’estero. La scorsa estate aveva presentato una selezione di opere in una sezione collaterale della Biennale Arte di Venezia. «Sono alla Biennale», aveva detto. E quasi non gli pareva vero.
Il destino ha voluto portarselo via in un paio di mesi. Un ictus a fine anno, il ricovero a Mirano, il trasferimento a Piove di Sacco per la riabilitazione, poi le condizioni che si aggravano, le cure che non sortiscono effetti. Alle sei e mezza di ieri mattina ha chiuso gli occhi, per sempre. Lascia la moglie Gabriella, i figli Claudio e Massimo, i fratelli Gianni e Natale, le sorelle Vanda, Neva, Elda, Lidia. E i suoi quadri. Che continueranno a parlare di lui e del suo amore per la sua terra.

Ultimo aggiornamento: 08:59 © RIPRODUZIONE RISERVATA