Putin, l'ambasciatore Stefano Stefanini: «Lo zar alza la posta in gioco pur di uscire dalle difficoltà»

L'ambasciatore: «L'Occidente non deve lasciarsi spaventare, l'unica novità è che finalmente ha ammesso di essere in guerra»

Mercoledì 21 Settembre 2022 di Marco Ventura
Putin, l'ambasciatore Stefano Stefanini: «Lo zar alza la posta in gioco pur di uscire dalle difficoltà»

«L’Occidente non deve lasciarsi spaventare dalle parole di Putin». Secondo l’ambasciatore Stefano Stefanini, ex consigliere diplomatico del presidente Napolitano e rappresentante italiano presso la Nato, la novità del discorso dello Zar «consiste nell’aver ammesso che la Russia è in guerra e aggiunto che lo è con l’Occidente. E richiamando 300mila riservisti, ha aperto il fronte interno: i russi delle città cominciano ad avere percezione della guerra»

È concreta la minaccia nucleare?
«È un corollario del discorso. La Russia difenderà quello che considera suo territorio, pure le zone occupate in Ucraina, con tutti i mezzi possibili. Con un’inversione logica orwelliana, Putin accusa l’Occidente di ricatto nucleare, mentre sono stati lui e Lavrov a sbandierarlo più volte e da parte americana non c’è stata neppure la larvata minaccia di ricorso all’atomica. La minaccia indiretta è di usarla se le forze di Kiev avanzeranno».

Vale anche per le aree ancora sotto controllo ucraino?
«Sarebbe illogico annettere territori nei quali la gente non sia potuta andare a votare. Ma i separatisti pretenderanno che i risultati del referendum si estendano alle intere regioni. Queste annessioni non saranno riconosciute se non da pochissimi Stati, ma fin dove possa spingersi Putin noi non lo sappiamo, ha già superato i limiti dell’immaginabile. Nel 2022 questa è una guerra non necessaria, creata ad arte e condotta coi piedi, ora a rischio nucleare. Putin è dentro la sindrome del bunker, come Hitler nel Reichstag».

Se lancia l’atomica che succede?
«Fa bene Biden a limitarsi a ricordare a Putin gli impegni sottoscritti: le potenze nucleari di recente hanno rinnovato la dichiarazione Gorbaciov-Reagan sulla guerra nucleare che non può essere né vinta né combattuta. Tra gli scenari di risposta, dal non far niente alla Terza guerra mondiale nucleare, una delle meno distruttive sarebbe una risposta militare forte, ma non nucleare»

Anche la Cina invoca il dialogo.
«L’intangibilità dei confini statuali è un principio scolpito nel titanio per la Cina, che ha anche interesse a far vivere la gallina dalle uova d’oro della globalizzazione. Ma finora Putin non le ha dato retta. Alza la posta con l’escalation pur di uscire da questa situazione da lui stesso creata, e salvare faccia. Non è in gioco la difesa della Madrepatria mai minacciata, ma del suo potere. Negoziando da una posizione di insuccesso militare, non può ottenere un risultato che giustifichi le sofferenze non solo degli ucraini, ma del suo stesso popolo».

Come deve reagire l’Occidente?
«Continuando a sostenere l’Ucraina coi limiti già imposti nella risposta militare. La restaurazione che Putin aveva in mente ha due gambe: una poggia sulla mitica unità slavofila, per cui ha bisogno di riportare sotto l’ala protettrice russa l’Ucraina. L’altra è imperiale: la grande potenza euroasiatica, con Paesi che hanno continuato a essere dipendenti da Mosca per la propria sicurezza. Ma la debolezza russa nella guerra ucraina e l’isolamento internazionale fanno pensare che quel carro sia perdente: l’Armenia ha bisogno di aiuto militare russo contro l’Azerbaijan e se Mosca non può aiutarla perché impegnata in Ucraina, l’interesse al rapporto bilaterale diminuisce».

E nell’Asia centrale?
«Sta guadagnando terreno la Cina, sul piano economico. Abbiamo visto a Samarcanda il Kazakhstan spostarsi verso Pechino. La resistenza ucraina fa venir meno la dimensione slavofila, lo smottamento ai confini quella imperiale».

 

Ultimo aggiornamento: 22 Settembre, 10:18 © RIPRODUZIONE RISERVATA