Covid, setta religiosa e populista causa la nuova emergenza in Corea del Sud

Domenica 16 Agosto 2020 di Mauro Evangelisti

Altro che movida, in Corea del Sud a causare il picco di nuovi casi di coronavirus è la religione. Più precisamente una delle chiese cristiane non cattoliche, delle sorte di sette, molto popolari nel paese asiatico che già erano state la causa di uno dei primi focolai in primavera. A marzo Lee Man Hee, fondatore e leader spirituale della Chiesa di Gesù Shincheonji, era stato incriminato perché nel corso delle funzioni della sua setta si era moltiplicato il contagio e lui aveva nascosto i nomi dei seguaci infettati, ostacolando dunque l'opera di contrastro dell'epidemia. 

La Corea del Sud successivamente è stato uno dei Paesi modello nel arginare l'epidemia, senza arrivare mai al lockdown, ma con grande capacità di tracciamento e chiusure mirate ogni volta che i casi aumentavano. Ieri però c'è stato un picco di 279 nuovi positivi, mentre il giorno prima erano stati 166. Da cinque mesi la Corea del Sud non superava i 200 casi in 24 ore. Bene, almeno 193 sono fedeli di un'altra setta, la Sarang Jeil, il cui leader, un conservatore e populista, molto conosciuto nel Paese che si oppone al governo in carica, ha contestato la necessità di isolamento per chi risultava positivo (o per chi aveva avuto contatti con un positivo). Si tratta del reverendo Jun Kwang-hoon, già arrestato a febbraio per aver violato le leggi elettorali, che di fronte a nuovi casi positivi tra i suoi fedeli ha sostenuto: «Hanno diffuso il virus nella mia Chiesa».

Ha invitato i suoi fedeli a non isolarsi e, dopo che il governo ha bloccato una sua manifestazione di massa, ha partecipato a un'altra protesta, di un altro gruppo conservatore. Insieme a lui, molti suoi fedeli, tutti senza mascherina. Morale: ora la Corea del Sud, dopo essere stato un paese modello nel contrastare la diffusione del virus, si trova di nuovi nei guai grazie a queste spinte conservatrici delle sette religiose. 

 

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