Mose, un modello (unico) dell'ingegneria italiana e il simbolo di come non va realizzata una grande opera

Domenica 27 Novembre 2022
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Egregio direttore,

il Gazzettino ospita da giorni articoli e commenti che lodano il cosiddetto Mose e disprezzano coloro che ne hanno contestato la realizzazione. Mi pare del tutto fuori luogo lodare chi è l'autore del Mose e denigrare tutti i critici accomunandoli con faciloneria dietro l'etichetta di chi dice NO a tutto. Come se si trattasse due tifoserie opposte pro o contro il Mose. Non è così! Ed è malsano ricondurre sempre tutto a contrapposizioni radicali. Tra chi ci ha lavorato, spesso nelle posizioni non apicali, ci sono senza dubbio persone per bene e valide; e queste, hanno anche avuto vita dura nel mondo corrotto in cui erano costretti a lavorare. Tra i critici, certo si trovano i No a tutto e i profeti di sventura inconcludenti. Riconosciuto questo, resta il fatto che il sistema delle paratoie mobili è un penoso esempio del peggio di quanto l'incapacità di governare la realizzazione delle grandi opera in Italia abbia mai mostrato. Il fatto che oggi esista, fatto incontestabilmente positivo, non può far dimenticare come ci siamo arrivati. Quindi, apprezziamo chi ha dato il suo contributo onestamente e con capacità ma anche chi ha criticato con valide argomentazioni l'andazzo che si era stabilito: non dimentichiamo che è grazie ad alcuni di costoro se è stato rivelato il malaffare colossale che si nascondeva dietro il nobile obiettivo. E non dimentichiamo che tra quelli che oggi vantano il gran risultato, ci sono anche quelli che si battevano contro i critici portandoli in tribunale e diffamandoli. Il No a tutto non va bene, ma il fingere che il Mose sia un successo significa chiudere gli occhi sui gravi errori passati. Smettiamola di dividerci in tifoserie e troviamo come fare le cose per bene.
Sergio Fabbri


Caro lettore,
non disprezziamo nessuno e non ospitiamo mai insulti. Non l'abbiamo fatto neppure in questo caso. Siamo sinceri: chi in questi anni ha disprezzato, insultato e indirizzato accuse di ogni tipo a chi non la pensava come loro, sono stati, innanzitutto, coloro che per anni hanno spiegato (e spesso urlato) che il Mose era inutile, che non avrebbe mai funzionato e avrebbe distrutto Venezia. Oggi si vorrebbe solo che chi sosteneva questi tesi, chi ha ispirato o si è accodato, per comodità o interesse, ai No Mose, facesse un'onesta ammissione e riconoscesse che il Mose funziona. Mentre è tutto da dimostrare che altre soluzioni ipotizzate avrebbero ottenuto lo stesso risultato soprattutto di fronte ad un'acqua alta di 173 centimetri. Dopodichè evitiamo le guerre di religione e separiamo i fatti dalle opinioni, dai pregiudizi e anche dalle frustrazioni di chi si è improvvisamente accorto di non detenere l'esclusiva della verità. Il Mose è senza dubbio un successo ingegneristico italiano: è il frutto dell'ingegno, del lavoro e del valore di tante persone. Non solo di chi l'ha progettato, ma di chi giorno per giorno l'ha costruito e di chi oggi lo fa funzionare. Non solo: anche il confronto tecnico e scientifico, talvolta aspro, che ha accompagnato la realizzazione dell'opera ha consentito, in più di un caso, di individuare soluzioni più avanzate ed efficaci. Il Mose però non è un modello. Anzi: da molti punti di vista è l'esatto contrario. È un esempio di come non dovrebbe essere realizzata una grande opera. Di come certa politica famelica dovrebbe essere tenuta lontana da cantieri e fondi pubblici. Di come non può essere gestito (ogni riferimento al Consorzio Venezia Nuova non è puramente casuale) un intervento così complesso e così oneroso per la collettività. Quanto poi al malaffare e a chi lo ha fatto emergere, per favore, diamo a Cesare ciò che è di Cesare: il merito è, innanzitutto, degli investigatori e di un pool di ottimi magistrati. Non degli inconcludenti esteti e profeti del No.

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