Brigatisti incapaci di capire il male che hanno fatto ma trent'anni dopo imparino almeno a restare zitti

Venerdì 7 Maggio 2021
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Egregio direttore,
ho letto queste frase pronunciate ieri da Marina Petrella, una delle brigatiste scappate in Francia e recentemente arrestate per essere, speriamo, estradate in Italia. La Petrella, che è stata condannata all'ergastolo e accusata di alcuni omicidi, ma ha fatto solo 10 anni di carcere ed è poi uscita per ragioni umanitarie (non commento), parlando dei familiari delle vittime dei terroristi ha detto che lei non condivide questa idolatria vittimistica ed ha aggiunto: «le vittime per le quali siamo stati condannati sono state largamente risarcite da tutti i nostri compagni che hanno fatto ergastoli». Capisce? Risarcite dagli ergastoli di assassini. Proprio così, senza vergogna. Mi piacerebbe sapere cosa ne pensa lei.

Giacomo Pillon
Padova

Caro lettore, 
purtroppo siamo abituati alla sordida arroganza e alla totale assenza di pudore e ritegno con cui questi tragici personaggi continuano a intervenire e emettere sentenze. Se non il rispetto per il dolore immenso che hanno provocato in tante famiglie, almeno la consapevolezza del totale fallimento delle loro vite, dovrebbe suggerire un composto silenzio. Ma è inutile: per molti, non accadrà mai. Troppa l'alterigia ideologica; troppo il plumbeo fanatismo di cui erano e sono spesso ancora imbevuti; troppa, anche a 30 anni di distanza, l'incapacità di comprendere che chi ha ucciso e chi è stato ucciso non possono essere messi sullo stesso piano. Ho letto in questi giorni il bel libro recentemente pubblicato, scritto da Adriano Favaro, Cronache di piombo. Un volume sul terrorismo a Nordest che dà però molto spazio alle testimonianze dei familiari delle vittime: Gori, Taliercio, Albanese per ricordarne alcuni. Racconti in prima persona, senza filtri, di uomini e donne che in giovane e giovanissima età hanno improvvisamente visto la loro vita sconvolta e devastata dall'assassinio dei loro padri ad opera delle Brigate Rosse. Pagine inevitabilmente forti, che raccontano di esistenze trafitte dal dolore, schiacciate dal peso della memoria e da domande a cui era ed è difficile dare risposte. Mi è venuto da pensare che ne andrebbe imposta imporre la lettura anche a quei terroristi. A chi come la Petrella parla a sproposito di vittime risarcite. Perché almeno provino a capire che ci sono dolori che non si possono risarcire e ferite che non si riesce a rimarginare. E imparino, almeno, a stare zitti.

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