Fondi della Lega, i giudici: «Bossi non poteva usarli a suo piacimento»

Fondi della Lega, i giudici: «Bossi non poteva usarli a suo piacimento»
MILANO Il segretario di un partito non può disporre «a suo piacimento, alla stregua di un patrimonio personale» dei fondi versati dai militanti o erogati dai presidenti di Camera o Senato come «rimborso delle spese elettorali». Lo ribadisce la quarta Corte d’appello di Milano nelle motivazioni con cui, a gennaio, ha dichiarato non luogo a procedere per Umberto Bossi e il figlio Renzo, cancellando le rispettive condanne in primo grado a 2 anni e 3 mesi e 1 anno e 6 mesi per l’uso dei soldi del Carroccio. Padre e figlio erano accusati di aver utilizzato il primo 208 mila euro, e il secondo 145 mila euro, per spese personali. Nei loro confronti l’attuale leader della Lega Matteo Salvini non ha sporto la querela, una formalità resa necessaria da una recente modifica del codice penale per poter andare avanti nei processi in cui, come questo, è contestata l’appropriazione indebita.

RENDICONTI INATTENDIBILI
Querela presentata, invece, solo nei confronti dell’ex tesoriere Francesco Belsito al quale in secondo grado è stata ridotta la pena da 2 anni e mezzo di carcere a 1 anno e 8 mesi (con sospensione e non menzione) e la multa da 900 a 750 euro. Infatti, si legge nell’atto, «la natura giuridica dei partiti politici e le norme civilistiche ad essi applicabili, consentono di respingere come davvero inaccettabile l’assunto difensivo secondo cui il segretario di un partito possa disporre dei fondi del medesimo a suo piacimento, alla stregua di un patrimonio personale». Inoltre, riassumendo quanto riportato nelle motivazioni, non è possibile sostenere, come ha fatto la difesa, la «totale libertà di utilizzazione» dei fondi e va respinta la tesi «dell’insindacabilità delle spese di un partito». Dopo questa premessa i giudici, presieduti da Cornelia Martini, scendendo nel dettaglio parlano, tra l’altro, di «totale inattendibilità dei rendiconti depositati dal movimento politico per gli esercizi 2008, 2009, 2010 e 2011» e ritengono invece «attendibili» le ammissioni di Belsito sulla «gestione dell’amministrazione della Lega dato che, all’atto del suo insediamento» ha spiegato di aver portato «avanti la già consolidata situazione instaurata dal precedente tesoriere Balocchi, il quale aveva utilizzato costantemente il denaro della Lega per pagare le spese della famiglia Bossi e di altri soggetti gravitanti intorno al partito».

LA LAUREA IN ALBANIA
La corte sottolinea inoltre che dal tenore delle intercettazioni è emerso che Belsito era «letteralmente terrorizzato di essere rimosso dall’incarico di tesoriere, soprattutto a causa dei controlli che alcuni esponenti della Lega, e in particolare Roberto Castelli, membro del Comitato amministrativo, volevano realizzare sull’intera gestione delle risorse del partito, con il grave e attuale rischio di portare alla luce le gravi irregolarità e le ingenti appropriazioni di fondi» da lui usati «in favore della famiglia Bossi». Compreso l’acquisto della famosa laurea in Albania per Renzo Bossi, «oltre che in favore di se stesso».
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Giovedì 2 Maggio 2019, 19:56






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