Ergastolo duro, cos'è e quali sono i paletti imposti dalla Corte di Strasburgo

Ergastolo duro, cos'è e quali sono i paletti imposti dalla Corte di Strasburgo
Ergastolo duro. Ergastolo ostativo. Non lo voleva Totò Riina, sembra non essere gradito, ovviamente per diversi motivi, dalla Corte Europea di Strasburgo. Ma, ricapitolando, che cos'è l'ergastolo duro? Perchè andrebbe abolito? E perchè i nostri politici, per una volta quasi all'unanimità, non sono d'accordo con i giudici?

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Questa tipologia di ergastolo, definito "duro" in gergo ma che, giuridicamente, si chiama "ostativo", è previsto dall'articolo 4bis della legge sull'ordinamento penitenziario, unito al 58ter. Nel 1975, quando è stata promulgata la norma che lo prevede, l'animo ispiratore della misura, intatto ancora oggi nonostante le modifiche intervenute nel corso degli anni, era quello di comminare una pena esemplare per chi si fosse macchiato la fedina penale con reati legati all'appartenenza a specifici gruppi criminali o terroristici del Bel Paese: Mafia e mafie, Camorra, Cosa Nostra, 'Ndrangheta. Riguarda una serie limitata di reati, quelli considerati di maggior pericolosità sociale: terrorismo, pedopornografia, mafia.

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Vista la diffusione dell'obbligo di fedeltà alle affiliazioni criminali che molti membri ed ex membri non rompono mai, nemmeno in carcere, la specificità della pena detentiva in questione sta nel non permettere la concessione di premi o sconti di pena. In linea generale. A meno che, infatti, il detenuto non decida di collaborare con la giustizia, e anche se il contributo dato alle indagini dalla suddetta collaborazione non è poi così determinante. Tuttavia, questa clausola nell'applicazione dei benefici, applicabili alle altre pene detentive a norma delle legge penali, non sembra abbastanza efficace alla Corte di Strasburgo per evitare una violazione dell'articolo 3 articolo 3 della Convenzione sui diritti umani che vieta trattamenti «inumani e degradanti».

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La sentenza della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo che sta facendo molto discutere nasce dal caso Viola, ricorente condannato ex art 4bis ordinamento penitenziario, che lamentava appunto una lesione dei suoi diritti umani. Secondi i giudici, «lo Stato deve mettere a punto, preferibilmente su iniziativa legislativa, una riforma del regime della reclusione a vita che
garantisca la possibilità di un riesame della pena». Riesame che, si legge nella sentenza, «permetterebbe alle autorità di determinare se, durante l'esecuzione della pena stessa, il detenuto si sia evoluto e abbia fatto progressi tali» da non giustificare più, legittimamente, «il suo mantenimento in detenzione». La Corte, inoltre, «pur ammettendo che lo Stato possa pretendere la dimostrazione della dissociazione dall'ambiente mafioso», evidenzia «che tale rottura può esprimersi anche in modo diverso dalla collaborazione con la giustizia» e senza l'automatismo legislativo attualmente vigente.

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Per Matteo Salvini, la sentenza è «l'ennesima follia della Cedu ai danni dell'Italia». Per Luigi Di Maio, in Italia «Piangiamo ancora i nostri eroi, le nostre vittime», e allora perchè «dovremmo pensare a tutelare i diritti dei loro carnefici?». Dal Transatlantico, il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede dice: «Non condividiamo nella maniera più assoluta questa decisione della Cedu, ne prendiamo atto e faremo valere in tutte le sedi le ragioni del governo italiano e di una scelta che lo Stato ha fatto tanti anni fa: una persona può accedere ai benefici a condizione che collabori con la
giustizia». Insomma, c'è aria, anzi certezza, di ricorso.



 
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Martedì 8 Ottobre 2019, 17:16






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