Bimbo ucciso, gli errori e la rabbia. «Così hanno fatto fuggire l'assassina di un figlio»

Giovedì 7 Ottobre 2021 di Egle Priolo
Norbert e Alex Juhasz

PERUGIA - «Voglio riportare il corpicino di Alex in Ungheria. Non so ancora quando sarà possibile, ma ho già avvisato le pompe funebri». Quanto dolore può esserci nelle parole di Norbert Juhasz? Un uomo che si trova a dover gestire dall'Ungheria il funerale del proprio figlio di poco più di due anni, ucciso con nove coltellate in una vecchia centrale elettrica di una piccola frazione nel cuore d'Italia, lontana mille e cento chilometri dalle sue braccia.

Norbert da Budapest aspetta la restituzione del corpo del suo bambino per seppellirlo vicino casa e vicino al suo cuore: dopo l'autopsia – che ha orribilmente svelato come la furia di un coltello non abbia lasciato un solo organo intatto, portando allo shock emorragico che lo ha ucciso -, il disbrigo delle pratiche burocratiche è certamente complesso e l'attesa snervante, ma allunga almeno i tempi dell'ultimo addio di figlio e padre. Questo, per lui, è il momento della disperazione, che tracima in rabbia quando dà voce alle polemiche scoppiate in Ungheria per la gestione della causa di affidamento prima e per le ricerche di Katalina Erzsebet Bradacs poi. Come riportato ieri da Il Messaggero, infatti, il tribunale centrale di Budapest aveva rigettato la richiesta di affidamento avanzata dalla mamma che ora la procura di Perugia accusa di omicidio volontario aggravato. Il giudice non solo aveva dato l'affidamento al papà dal giorno successivo all'ordinanza e stabilito la nuova residenza di Alex a casa sua, ma aveva imposto alla madre visite risicate e soprattutto vigilate: tre ore al pomeriggio di soli due venerdì al mese, quelli delle settimane pari, e «sotto la supervisione» del personale di una struttura protetta, la “Hid Csalad es Gyermekjoleti Szolgalat” di Budapest.

LA FUGA
Ma subito dopo la decisione del tribunale, Katalina scappa dall'Ungheria con il bimbo e arriva in Italia, passando da Roma e Chiusi fino a quella maledetta centrale Enel di Po' Bandino, in cui anche ieri il nucleo artificieri dei carabinieri è stato impegnato alla ricerca della punta del coltello trovato addosso alla mamma, che potrebbe essere l'arma del delitto. «Su tale punto – ha però scritto nell'ordinanza il giudice Angela Avila che ha confermato il fermo in carcere - vi sono ragionevoli dubbi, essendo il coltello pulito e non avendo rinvenuto ancora la parte di lama spezzata». Quindi i carabinieri, con l'aiuto anche del Ris, stanno cercando un'altra eventuale arma oltre a ogni traccia utile nell'area intorno a via Molise.
Comunque, la sentenza è del 20 settembre, Norbert si presenta a casa della ex compagna il 22, segnala alla polizia ungherese la scomparsa della donna e del bambino e la denuncia viene formalizzata solo il 28. E uno dei punti oscuri della vicenda è proprio qui.

LA RABBIA
Secondo quanto trapela in ambito investigativo e che rimbalza fino a Budapest «non vi era alcun mandato di cattura internazionale contro la madre, perché la questura della XIII circoscrizione non era riuscita a inserirlo nel circuito informatico. Al posto della ricerca internazionale hanno inserito quella nazionale, pur sapendo che la madre con il bambino fossero già in Italia. Qui i carabinieri italiani avevano identificato due volte la madre. Se la questura della XIII circoscrizione avesse agito correttamente, il piccolo Alex sarebbe ancora vivo oggi». Un resoconto che Norbert fa suo, come confida al Messaggero. La polizia ungherese non ha davvero emesso un mandato internazionale? «Nem bizony», risponde Norbert Juhasz. Certamente no.

Ultimo aggiornamento: 12 Ottobre, 06:57 © RIPRODUZIONE RISERVATA