Piacenza, Montella tre ore davanti al gip. Prime ammissioni: «Si può sbagliare per vanità»

Sabato 25 Luglio 2020
Carabinieri arrestati, l'informatore: «Montella mi diceva

«Si possono fare errori per ingenuità, per vanità, per tante cose. Certe condotte possono avere rilevanza penale, altre no. Chi ha sbagliato pagherà». Parla così all'uscita dal carcere di Piacenza dopo oltre tre ore di interrogatorio di garanzia Emanuele Solari, difensore di Giuseppe Montella, l'appuntato dei carabinieri della stazione di Piacenza Levante arrestato mercoledì nell'ambito dell'inchiesta della procura piacentina che vede indagati altri nove militari e accusato di essere stato il promotore del giro di arresti illegali, spaccio di droga, pestaggi ed estorsioni venutosi a creare nella caserma, ora sequestrata. 

C'è stata una collaborazione completa, chiarificatrice e senza esitazioni» con gli inquirenti, ha proseguito il legale, «il mio cliente ha risposto a tutte le domande che gli sono state fatte». Solari non è voluto entrare nel merito delle accuse mosse a Montella, limitandosi a spiegare che alla Levante «non c'era nessuna regia» criminale e definendo «notizie destituite da ogni fondamento» le presunte feste con le escort e le decine di conti correnti aperti a nome di Montella. Sugli addebiti di tortura e sul pestaggio di alcuni spacciatori, l'avvocato ha sostenuto che «non è questo il momento di rispondere, ci saranno ulteriori indagini e riscontri».

Quanto alle condizioni del carabiniere, Solari lo ha descritto come «molto affranto e abbattuto, anche perché pensa a chi legge queste notizie. Ci sono minorenni che vedono i giornali in cui i loro genitori vengono accusati di cose molto gravi. Se è pentito? Il pentimento è un fatto emotivo che poco importa alla giustizia, la giustizia deve applicare il codice penale».
 

Le carte dei magistrati

Nelle carte dei pm che fotografano le attività di spaccio, i pestaggi, gli arresti pilotati e le 'scorribandè dei carabinieri 'infedelì della caserma Levante di Piacenza, l'appuntato Giuseppe Montella risalta indubbiamente come una figura apicale all'interno del gruppo. Lo scorso gennaio, davanti agli investigatori, il giovane pusher marocchino che passava le informazioni all'appuntato napoletano riassumeva così il suo rapporto con lui: «Principalmente parlavo con Montella, il quale mi diceva che comunque tutti gli altri carabinieri della stazione erano 'sotto la sua cappellà, compreso il comandante Orlando... alcune volte ho parlato anche con Falanga». 

Il ragazzo è l'autore degli audiomessaggi inviati al maggiore Rocco Papaleo e fatti poi ascoltare da quest'ultimo alla polizia locale di Piacenza. In cambio delle 'soffiatè per eseguire gli arresti, lo spacciatore veniva poi pagato da Montella con parte della droga sequestrata (oppure in denaro). «Non l'ho più visto da quando mi aveva picchiato in caserma - racconta a verbale lo spacciatore - mentre mi ha mandato un messaggio su Facebook dove mi diceva di smetterla di dire cose sul suo conto perché mi conveniva». Nelle dichiarazioni rese a verbale, «peculiare è la frase del maggiore - scrivono i pm - quale chiusa delle condotte poste in essere dai colleghi, "fanno quello che si pensava facessi io"».

Anche il comportamento di Papaleo, ora comandante a Cremona ma fino al 2013 alla guida del nucleo investigativo, presenta alcune ambiguità. Intercettato al telefono dopo aver fatto partire l'inchiesta, parla spesso di droga con una ballerina, che le racconta addirittura come una volta, durante una retata, è rimasta «seppellita due ore in una buca» perché aveva con sè 30 grammi di stupefacente. Con il maggiore Stefano Bezzecchieri, oramai ex comandante della compagnia di Piacenza, sottoposto all'obbligo di dimora, Montella ha un rapporto privilegiato, che scavalca il suo diretto superiore, Marco Orlando, finito ai domiciliari. 

«Io voglio parlare direttamente con voi, poi Orlando lo metto a posto io - dice Bezzecchieri - così come l'anno scorso io ho disposto, dicevo: 'Alla Levante non gli dovete rompere i coglioni coi servizi, ordine pubblico, scortè perché dovevate fare un certo tipo di lavoro». Montella, in effetti, si sente invincibile e dopo un sequestro di due buste di marijuana, fatto insieme ai colleghi arrestati Giacomo Falanga e Salvatore Cappellano, dice: «Una busta deve sparire... bel colpo!... le cose solo noi tre ce le dobbiamo fare!».
 

Le intercettazioni

«Devo prendere una panetta (di hashish, ndr) e faccio gli ovuli. Minchia, gli ovuli li vendiamo subito… Ogni ovulo lo vendo a 100, 120 euro. Li vendo a occhi chiusi, che spettacolo». Parlava così, secondo le intercettazioni riportate negli atti dell'indagine, l'appuntato dei carabinieri Giuseppe Montella, principale indagato nell'inchiesta della procura di Piacenza che ha ricostruito come i militari in servizio nella caserma Levante avessero messo in piedi un giro di arresti illegali, spaccio di droga, pestaggi ed estorsioni fin dal 2017. «Io se gli faccio vedere gli ovuli quello impazzisce», prosegue Montella parlando con Daniele Giardino, uno dei pusher finiti in carcere mercoledì, e riferendosi a uno dei suoi galoppini, «gli dico: 'Io li ho pagati cari, se li vuoi stanno a tot'».

Ad avvalorare la tesi dell'accusa anche la testimonianza di un informatore. «Principalmente parlavo con Montella, il quale mi diceva che comunque tutti gli altri carabinieri della stazione erano "sotto la sua cappella", compreso il comandante Orlando... alcune volte ho parlato anche con Falanga». Così, lo scorso gennaio, davanti agli investigatori, il giovane pusher marocchino che passava le informazioni ai carabinieri infedeli della caserma Levante di Piacenza, descrive la figura di Giuseppe Montella, il leader del gruppo, conosciuto molti anni prima perché faceva il preparatore atletico di una squadra di calcio di cui aveva fatto parte. È quanto emerge dalla carte dei pm piacentini titolari dell'inchiesta 'Odyssesus'.

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 Il ragazzo è l'autore degli audiomessaggi inviati al maggiore Rocco Papaleo e fatti poi ascoltare da quest'ultimo alla polizia locale di Piacenza. In cambio delle 'soffiatè per eseguire gli arresti, lo spacciatore veniva poi pagato da Montella con parte della doga sequestrata (oppure in denaro), presa da un contenitore che si trovava in caserma e ribatTezzato 'scatolo della terapià. «Non ho più visto da quando mi aveva picchiato in caserma - racconta a verbale lo spacciatore - mentre mi ha mandato un messaggio su Facebook dove mi diceva di smetterla di dire cose sul suo conto perché mi conveniva».
 


«È lecito domandarsi come sia stato possibile che per anni nessuno si sia posto dei dubbi, ad esempio sul tenore di vita dell'appuntato Montella, palesemente superiore alle condizioni economiche di un appartenente alle forze dell'ordine del suo grado. Grave che per anni nessuno, per vicinanza o per grado gerarchico, abbia voluto controllare le fonti delle sue disponibilità economiche o le modalità con cui lo stesso conseguiva i cosidetti 'risultati operativì. Si badi, Montella è un delinquente, nel senso etimologico e giuridico del termine».

Ultimo aggiornamento: 26 Luglio, 08:16 © RIPRODUZIONE RISERVATA