Il tramonto e l'alba davanti al Cor
Foto e video della roccia a cuore

Venerdì 27 Giugno 2014 di Franco Soave

Le Dolomiti, montagne tanto straordinarie quanto fragili. Ovunque rimandano immagini a volte bizzarre di torri, guglie, denti, castelli di roccia: come i Cadini di Misurina, la "selva lapidea" cantata da Antonio Berti; le "gusele", pinnacoli sottili simili ad aghi, come quella del Vescovà, simbolo di Belluno, o come quella " de la Val del Burt", gioiello nascosto nella zona del Pizzocco; o la Furchetta Adele, che ricorda la chela di un granchio, nelle Pale di San Martino. Ma nessuna di queste immagini ha la forza del "Cor", meraviglioso cuore naturale tagliato nella roccia delle Pale dei Balconi, tra la Val di San Lucano e le Pale di San Martino.

Due giovani agordini, Moreno Geremetta e Danilo Benvegnù, hanno voluto scoprire il Cuore al tramonto e all’alba, dopo avere passato la notte appena sotto la cresta che lo nasconde. E hanno descritto la fantastica esperienza con testo, immagini e video che il Gazzettino on-line propone ai suoi "naviganti". Un’avventura tutta da leggere e da guardare.

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di Moreno Geremetta*

“El Cór” è il termine dialettale che significa “cuore” ed è un luogo veramente incredibile, custodito fra le rocce delle Pale dei Balconi, nel gruppo delle Pale di San Martino. Si tratta di un arco di roccia naturale, talmente perfetto da sembrare scolpito dalla mano dell’uomo, le curiosità e le sorprese di madre natura sono proprio senza fine.

Ne avevo sentito parlare da tempo, e avevo visto diverse immagini scattate da mani più o meno esperte. Raggiungere il luogo non è facile, ma con una buona guida, pratica del percorso, ci si può arrivare. Naturalmente nessuno dimentica di scattare la foto ricordo del cuore di roccia. Viste però le difficoltà e la quasi impossibilità di rimanere sul posto per un bivacco notturno, gran parte delle immagini sono riprese nelle ore centrali della giornata. A me invece sarebbe piaciuto avere “il cuore” con i colori di un tramonto e di un’alba dolomitica.

Fatto il pensiero e trovato l’amico. Danilo Benvegnù si rende disponibile nel condividere l’esperienza del bivacco notturno lassù. Lui amante delle riprese video, io della fotografia: l’accoppiata vincente per quest’esperienza.

Lui al cuore è salito più di qualche volta e mi garantisce che si può fare. Decidiamo insieme il fine settimana adatto seguendo scrupolosamente le evoluzioni del meteo, e dopo un paio di date saltate causa previsioni incerte, ecco il momento: si parte!

Ci portiamo nelle prime ore del pomeriggio verso Gares, un piccolo e caratteristico villaggio in fondo all’omonima valle. Un’ ultimo controllo del materiale e via. Gli zaini sono pesanti: Canon 5D Mark II, quattro ottiche, accessori vari, treppiede, viveri, 2 litri d’acqua, vestiario pesante in previsione del freddo notturno, sacco a pelo…al check in io sono sui 16 chili di materiale; Danilo non è da meno perchè è in compagnia di due telecamere e una Canon 7D con tutti gli accessori necessari per delle riprese professionali.

Il sentiero si inerpica ripido e deciso in mezzo al bosco e ci fa sudare già dai primi minuti. La serpentina di tornanti si sussegue con piccole aperture fra le fronde degli alberi che ci mostrano il villaggio in valle diventare sempre più piccolo, segno che ci stiamo alzando parecchio in breve tempo.

La prima parte del tracciato è comune a chi attacca l’altopiano delle Pale di San Martino. Giungiamo in un’oretta in località Campigat. Qui si scollina e per un attimo il panorama cambierà. Approfitto quindi per iniziare con le immagini, fin’ora la reflex era stata buona buona nello zaino. La parete sud della Marmolada sarà la nostra compagna per tutto il percorso, la giornata è tipica di inizio autunno e ci regala degli splendidi colori.

Danilo invece già dalla partenza sta facendo lavorare i sensori della sua videocamera Canon.

Decidiamo di tirare dritto passando in fianco alla vecchia malga, ora diventata bivacco aperto per escursionisti, cacciatori e quanti si spingono fino qua in cerca di un’ oasi di pace. Forse siamo in ritardo, non lo sappiamo ancora, ma meglio evitare imprevisti. Dopo una mezz’ora eccoci alla deviazione. Da qui in avanti non ci sarà più la comodità di un sentiero battuto, ma ci faranno compagnia rari omini di pietra e l’istinto di chi conosce la montagna e sa dove è opportuno passare. Una grande radura erbosa si interrompe bruscamente con un canalino detritico poco raccomandabile. Ci fermiamo un attimo e Danilo mi mostra a grandi linee quale sarà la via di salita. Guardo la parete davanti a noi che senza mezzi termini si eleva ripida e decisa fra salti di roccia, macchie di pini mughi e qualche chiazza di neve.

“Tu sei fuori!” mi scappa di dire, “…ho lasciato a casa corda e moschettoni, come cavolo vuoi fare a passare lassù!”

“Tranquillo che non c’è problema! Vederla da qua fa impressione, ma avvicinandoci vedrai che la via c’è”.

Con questa parole rassicuranti iniziamo a scendere il canale sottostante. Cosa un po’ più complicata del previsto con gli zaini ingombranti sulle spalle. Per fortuna l’ultima parte ci viene risparmiata perchè sul fondo qualche decina di metri di neve accumulata dalle valanghe della primavera scorsa, ci permette di passare oltre.

Attraversata la neve attacchiamo la parete affrontando il primo salto verticale. La roccia in questo tratto non è molto solida e bisogna stare attenti. Prima di lasciare definitivamente il peso sull’ appoggio scelto mi assicuro più di una volta che esso regga, è come camminare su una distesa di uova fresche. Poi ci attende un breve ghiaione e proseguiamo a sinistra per una cengia protetta da una rigogliosa vegetazione di pini mughi.

Mi fermo un attimo, mi prende la fame. Penso che sopra sarà peggio, meglio approfittare ora. Il panorama continua ad essere superlativo e lo sguardo si lascia facilmente catturare dalla vallata sottostante.

Qui siamo fuori dalle tratte classiche, si respira profumo di selvaggio e di avventura allo stato puro, questa cosa mi esalta e mi dà la forza per progredire. Seguo con lo sguardo il mio amico che mi riprende da lassù, ora è diventato un piccolo puntino colorato, mi devo sbrigare!

La salita è a tratti piuttosto semplice, tranne alcuni passaggi che mi mettono a dura prova. Camminate in montagna ne faccio spesso, ma era da tempo che non affrontavo più la roccia. Danilo mi precede e mi mostra i punti in cui è meglio passare, da ricordare per un eventuale ritorno futuro “al cuore”.

Ad un tratto mi attende su un microscopico pianoro e al mio arrivo mi informa che quello sarebbe stato il nostro giaciglio per la notte. “Cavolo! Ma sei sicuro che ci stiamo?”

“Eh…bisogna adattarsi ma uno da questa parte ed uno dall’altra si dovrebbe dormire comodi.”

Dormire e comodità, due parole che nulla avevano a che vedere con quella mensola due metri per tre inserita poco sotto la cresta. Ma il panorama circostante, il luogo, la bellezza della salita e ciò che mi aspetta lì sopra….tutto ciò supera l’apparente scomodità del momento.

Gli ultimi dieci minuti che ci separano dalla nostra meta finale li percorriamo tutti d’ un fiato, ora l’adrenalina è alle stelle. Mi fermo pochi istanti prima della cresta. Danilo vuole riprendere il mio sguardo stupito alla vista del Cuore. Non serviranno grandi sforzi. Emozione, brividi lungo la schiena, soddisfazione. Non ci sono aggettivi capaci di descrivere il momento. Eccolo, davanti ai nostri occhi!

Una magica finestra a forma di cuore attraverso la quale si scorge la valle di San Lucano, quasi 1600 metri più in basso. Siamo infatti a quota 2392 metri e abbiamo percorso un dislivello di circa 1300 metri. Di fronte a noi una corona di colossi dolomitici di tutto rispetto. L’ Agner è il più vicino, sembra poterlo toccare con le mani e ci delizia di una colorazione stupenda al tramonto.

Poi c’è il Civetta che ci offre una visione inusuale di profilo, svelando particolari inediti e la meravigliosa corona delle Pale di San Martino alle nostre spalle, la loro dolomia domattina esploderà di riflessi dorati colpita dai primi raggi dell’alba.

Attendiamo che il sole si congedi da noi regalandoci i colori pastello del cielo, prima di lasciar posto al buio. Il momento non tarda ad arrivare,mi abbasso di poco oltre la cresta, quel tanto che basta per avere una visione più frontale e comunque fino a dove il mio grado di sicurezza mi consiglia di spingermi. Il pendio è scivoloso e la valle di Angheraz è lontano laggiù, alla fine di una ripida scarpata di rocce ed erba. Mi accontento e compongo la scena che ho davanti a me.

Scatto un bel po’ di immagini e Danilo procede instancabile con le riprese. Attendiamo la cosiddetta ora blu. Una meraviglia essere lassù, nel regno dei camosci e del silenzio. L’imponente sagoma dell’ Agner incombe su di noi.

Quando ormai tutto si spegne scendiamo sul nostro terrazzino e mangiamo qualcosa. Prepariamo i sacchi a pelo e sistemiamo gli zaini. E’ importante scegliere la collocazione di tutto in sicurezza perchè se qualcosa dovesse accidentalmente rotolare giù sarebbe un irrecuperabile disastro. Il buio giunge puntuale e avvolge ogni cosa. Saliamo ancora in cresta per qualche scatto notturno, ma c’è troppa luna ed è proprio in fronte a noi. Ad ogni modo la foto da quassù a quest’ora è situazione veramente rara, quindi non me la faccio scappare. Illumino le rocce in primo piano con un faro a led che Danilo usa per le riprese video. Il risultato mi piace.

Decidiamo di andare a riposare verso le 22:00. La posizione è scomoda ed ogni volta che mi giro apro la cerniera del sacco a pelo e faccio la manovra con attenzione, siamo veramente in bilico. Vedo passare tutte le ore e mi appisolo solo per periodi di breve durata. Danilo forse dorme, forse come me si sta sforzando di farlo. Poi arriva anche il freddo. Dannazione, non riesco a scaldarmi i piedi, impossibile addormentarsi!

La luna appare oltre la cresta e viene a farci compagnia, come se qualcuno avesse acceso la luce.

Vedo la nebbia in basso, nella vallata e la flebile luce del paese di Gares. Controllo l’orologio. Sono passati appena 10 minuti!

Il resto della notte lo passo così, con un occhio chiuso ed uno aperto, in attesa….

Poco prima delle sei mi accorgo che sopra di noi il cielo sta lentamente cambiando. Esco in fretta dal mio scomodo giaciglio quasi come fosse una liberazione divina. Raccolgo lo zaino e faccio un po’ di rumore nel riporre sacco a pelo e coperta isotermica che avevo utilizzato per proteggermi dall’umidità. Danilo fa altrettanto. Pochi minuti di salita e siamo in cresta.

Occhi sbarrati, increduli, stupiti, quasi alle lacrime! Non ho mai assistito in precedenza ad uno spettacolo così tremendamente affascinante. Forse il luogo, forse la notte insonne, forse la voglia di poter catturare delle immagini straordinarie, ma l’emozione nel vedere un alba così è enorme! La vallata sottostante è nascosta da un mare di nuvole, e sopra di noi ancora cumuli bianchi e soffici. Ci troviamo in posizione privilegiata, la terra di mezzo è qui, fra queste rocce.

All’orizzonte fanno capolino le vette più lontane, e il colore diventa sempre più forte, sempre più vivido, quasi accecante. Uno fotografa, l’altro riprede, la tensione sale, l’adrenalina è al massimo! Quando ci rendiamo conto che il sole sta per sorgere il momento è solenne. Ci inchiniamo davanti a tanta meraviglia e ci fermiamo un istante ad ammirare!

La luce incendia il paesaggio, colora tutto di tonalità calde, al limite dell’incredibile. Mi concentro al massimo per cercare di trarre il meglio dal sensore della mia reflex. La luce cambia in continuazione offrendoci ogni minuto una sfumatura diversa, le nuvole in valle aumentano con il passare del tempo. Non è cosa semplice gestire questa situazione, bisogna fare in fretta, scattare molte foto, e tutte possibilmente perfette. Fra una composizione e l’altra c’è da spostarsi con agilità su questa stretta cresta di roccia, sbagliare è vietato!

Ad un tratto tutto scompare sotto di noi, mentre il sole è ora sopra l’orizzonte.

Scatto le ultime immagini prima di avere la luce troppo frontale.

I camosci ci osservano da lontano. La stanchezza della notte insonne, le gambe pesanti, il rilassamento dopo la tensione dell’alba, tutto ciò inizia a farsi sentire, ma quest’alba meravigliosa ci ricarica di energia nuova, mentre la valle di San Lucano scompare del tutto sotto di noi, e un morbido tappeto lambisce le rocce come le onde del mare che s’infrangono sugli scogli.

Verso le nove decidiamo che è giunta l’ora di rientrare. La strada è ancora lunga e contrariamente a come accade di solito, prevede prima qualche altro centinaio di metri di salita, attraverso rocce e cenge che sfidano gli orridi sotto di noi.

Le Pale di San Martino sono le nostre compagne di viaggio e come previsto il giorno prima, ci deliziano con i colori accesi del primo mattino.

Arriviamo alla base molto stanchi ma con l’animo ricco di emozioni, sarebbe proprio il caso di dire: con il cuore nel cuore!

*Alpinista per passione

Ultimo aggiornamento: 19:01 © RIPRODUZIONE RISERVATA