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Rapito dai russi a 16 anni in Ucraina: era rimasto vicino al nonno morente. Il padre: «Ora liberatelo»

Vlad Buryak è stato sequestrato 61 giorni fa mentre era in viaggio in bus verso la Svizzera

Mercoledì 8 Giugno 2022
Rapito dai russi a 16 anni, era rimasto vicino al nonno morente. Il padre è funzionario militare dell'Ucraina: «Liberatelo»

Si chiama Vlad, è ucraino e ha 16 anni: da 61 giorni è ostaggio dei russi. Era stato catturato perché non aveva voluto abbandonare il nonno morente. Ora arriva l'appello del padre, Oleg Buryak, capo dell'amministrazione militare del distretto di Zaporizhia. Ogni giorno su Facebook tiene il conto dei giorni che lo separano da suo figlio: «Chiedo alle organizzazioni internazionali, ai governi esteri, ai media, a chiunque abbia la possibilità di parlare alle delegazioni russe di chiedere la liberazione di mio figlio. Non un militare, non un militante, ma uno studente di appena 16 anni. Un angelo tra i tanti bambini colonne del mondo, sequestrati da Mosca e che vanno liberati».

 

L'appello di Oleg Buryak

L'appello di Oleg Buryak, esteso anche alla rappresentanza Onu in Ucraina (la madre ha chiesto la mediazione della Croce Rossa Internazionale), arriva attraverso l'Adnkronos tra pause di commozione e lacrime. «Non deve cadere una lacrima dai suoi occhi, né da quelli degli altri minori suoi connazionali» aggiunge. Perché la storia di Vlad è quella di un adolescente generoso, responsabile e protettivo, un eroe di tutti i giorni che non indossa giubbotti antiproiettile, ma lo scudo dell'assennatezza di chi è figlio di genitori separati: «Viveva con la mamma e la sorellina a Melytopol, io a Zaporizhia con due figli dal secondo matrimonio. Dopo l'invasione ho tentato immediatamente di convincere la mia ex moglie a lasciare Melytopol, ma è voluta restare perché non ne vedeva l'utilità e per curare il padre malato di cancro. Così ha desiderato fare anche Vlad, che ha appoggiato la madre - ricorda - Avendo accesso ad informazioni riservate ho continuato a sollecitare la mia ex moglie. Finalmente il primo aprile ha accettato di partire. Ho organizzato l'evacuazione ma Vlad è voluto restare a Melytopol per assistere il nonno materno ormai in fin di vita e mio padre, vecchio e bisognoso di assistenza».

Il racconto del rapimento

«Pochi giorni dopo la partenza della madre e della sorella, che adesso sono rifugiate a Lugano, in Svizzera, alle 5.45 dell'8 aprile è morto il nonno materno. Vlad continuava ad essere restio a partire. Non voleva abbandonare mio padre» racconta Oleg. «È un ordine, devi andar via - gli ho detto -. Devi salvare la tua vita. Al nonno ci penso io». Vlad sale a bordo di un pullman diretto a Zaporizhia con altri, tra cui una famiglia di amici. Il bus arriva al posto di blocco di Vasylivka, bordo sale un militare russo: «Ha visto mio figlio intrattenersi con il telefonino, come fanno tutti i ragazzi della sua età. Il gesto non gli è piaciuto, lo ha fatto scendere dal pullman, condotto in una caffetteria trasformata in centro di filtraggio, dove dal cognome sono risaliti a me. Da quel momento Vlad è ostaggio dei russi». 

Disperazione per un «ostaggio privilegiato»

Disperazione e flebile sollievo: Vlad è stato fermato perché figlio di un capo dell'amministrazione militare ma, proprio per questo, è considerato un «ostaggio privilegiato». Percezioni che raccontano la folle discrepanza della guerra, da cui deriva il senso di impotenza di un popolo. «Il mio cognome ha trasformato mio figlio in un ostaggio» racconta il Capo dell' Amministrazione. «Il gesto eroico di voler accudire il nonno? Questi sono i valori che gli ho trasmesso. Ne sono orgoglioso. Vlad si è diviso fra due case, voleva restare nonostante non ci fosse il bisogno. Quando gli ho ordinato di andar via, di salire sull'autobus perché i nonni hanno avuto la loro vita e lui invece no, mi ha detto tu ne hai 4....Ma non si conta il numero dei figli, gli ho risposto. Ciascuno di voi è nato nell'amore. Il mio compito è proteggere tutti voi finche sarò vivo. Devi andare, salvare la tua vita. Al nonno ci penso io».

Vlad Buryak è vivo e parla al cellulare

Vlad Buryak è vivo. È stato trasferito da Vasylivka in un'altra località non definita ma gli è stato restituito il cellulare e parla con il padre tutti i giorni. «Non posso rivelare nulla di ciò che ha visto o sentito. Posso solo dire che ha una sua stanza, non è stato picchiato o molestato psicologicamente perché lo ritengono un ostaggio prezioso. Ma Vlad non è un militare. Non sa nulla. Questo - conclude Oleg - è un rapimento di minore». 

Ultimo aggiornamento: 10 Giugno, 09:45 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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