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Interessi diversi/ Il ruolo di Usa e Cina per una vera transizione

Lunedì 1 Novembre 2021 di Francesco Grillo

Il mondo che sta faticosamente uscendo da una pandemia che lo ha congelato per un anno e mezzo, sta vivendo – sull’asse che porta da Roma a Glasgow – un momento decisivo: quello che può segnare davvero la fine di un secolo nel quale sono state concepite tutte le istituzioni che ancora usiamo e l’ingresso in un futuro che sembra sfuggirci di mano. Se sulla partita più importante – quella dell’ambiente – non faremo progressi drastici, dovremo inventare un modo completamente nuovo di governare la globalizzazione. La dichiarazione a conclusione del G20, ribadisce gli impegni già presi a Parigi nel 2015, di arrivare all’azzeramento delle emissioni nette attorno a metà secolo e di contenere l’aumento delle temperature di 1,5 gradi rispetto al 1850: nonostante la leadership di Mario Draghi, della nostra diplomazia e qualche innovativa menzione di meccanismi per accelerare la dismissione del carbone, non c’erano le condizioni politiche per fare di più e ciò sembra suggerire che il momento per cercare un metodo nuovo, è arrivato.

I termini del problema nel quale siamo pericolosamente intrappolati, sono, in realtà, piuttosto semplici e sintetizzati dal grafico che accompagna questo articolo. Cinque grandi aree del mondo (Usa, Cina, India, Russia e Unione Europea) sono responsabili di due terzi delle emissioni di anidride carbonica che ogni anno rilasciamo nell’atmosfera e che ci stanno portando vicini ad un punto di non ritorno: basterebbe che si riunissero i loro cinque vertici politici (motivo questo che dovrebbe dare una spinta decisiva a fare un salto verso l’integrazione definitiva dell’Unione) e concordassero un piano da controllare ogni mese, per disinnescare la bomba ad orologeria. In realtà, poi, basta anche solo considerare Cina e Stati Uniti per contare il 42% delle emissioni e se l’Europa si desse la missione storica di farli sedere allo stesso tavolo, potrebbe ritrovare in una missione di pace una leadership che ha perso da tempo. 

Gli interessi, però, delle cinque parti sembrano divergere perché esse sono a livelli molto diversi del loro processo di sviluppo. La Cina inquina due volte più degli Stati Uniti, come osserva il Presidente americano Joe Biden; ma un americano mediamente inquina due volte più di un cinese, come osserva da Pechino il Presidente Xi Jinping. È vero che come dicono gli occidentali che produrre un milione di dollari di Pil inquina tre volte di più in Cina che in Europa e, tuttavia, è anche vero che diversi sono i bisogni di individui, come i 2,7 miliardi che abitano l’India e la Cina, che hanno ancora bisogni primari da soddisfare.
Del resto, se ci spostiamo dal conteggio delle emissioni correnti a quello della quantità di anidride carbonica emessa dall’inizio della rivoluzione industriale (e che ci ha portato fino a questo punto di ebollizione), la sola Germania e Francia messe insieme hanno emesso più della Cina.

Bastano questi pochi numeri a dimostrare ciò che – a parole – tutti i leader del mondo hanno ribadito: siamo nella stessa barca e affrontare le questioni di una globalizzazione non governata come se fosse un’infinita negoziazione tra interessi contrapposti da consumare tra accuse reciproche, ci porterà tutti insieme ad abbrustolire. Per invertire c’è, semplicemente, bisogno di molto più pragmatismo e visione.
Prima di tutto pragmatismo per trarre da un quadro in fondo semplice, gli argomenti per riuscire. Non è vero che Usa e Cina hanno – al di là delle retoriche elettorali – interessi opposti. Sono, in fondo, tra i Paesi che stanno già subendo i danni più rilevanti che il cambiamento climatico produce. È la siccità che sta inaridendo il fiume giallo e il fiume azzurro - quelli che hanno dato letteralmente vita alla grande civiltà cinese - la minaccia più grande per la stabilità nello sviluppo che Xi Jinping privilegia prima di ogni altro valore. Sono le inondazioni che stanno sempre più frequentemente allagando la metropolitana di Manhattan e lambendo i primi piani dei palazzi più costosi del pianeta (l’ultimo causato dall’uragano Ida ha causato 14 morti), a dare forma al peggiore degli incubi americani. 

Ma occorre anche visione per accorgersi che sono, ancora, la Cina e gli Stati Uniti che più di qualsiasi altro Paese, stanno sperimentando le soluzioni – da quelle della Tesla sulla batteria elettrica a Palo Alto, fino alle grandi fabbriche di pannelli solari in Cina – e controllano i materiali che saranno indispensabili per la grande transizione.

Un progetto per invertire il cambiamento climatico che sia ben articolato può trasformare per tutte le parti in causa quella che è una minaccia in una grande opportunità; quello che oggi è visto come un costo, in un’enorme occasione di sviluppo e di innovazione (che, ovviamente, comporterà anche la scelta di abbandonare modelli di produzione fondati sull’economia fossile e che sono usciti dai programmi di buona parte delle stesse imprese che dominarono un contesto arrivato al capolinea).

Per riuscire, però, abbiamo bisogno di superare l’approccio fatto di summit e di traguardi troppo lontani nel tempo per essere immediatamente vincolanti. Un multilateralismo fatto di 170 governi produce decisioni troppo diluite ed il COP26 parte con questo difetto strutturale. Il G20 fa un passo avanti rispetto ad un G7 ormai ridotto ad un club e, tuttavia, è urgente trovare un modo per coinvolgere anche i Paesi più poveri e sia ancora più efficiente. L’assoluta necessità che il cambiamento climatico pone, può portarci a concepire un’organizzazione nuova partendo dai limiti e dai meriti del G20 e del COP: progressivamente articolata per macroregioni e dotata di una struttura permanente in grado di sorvegliare il rispetto degli impegni reciproci.

In un nuovo secolo ci si entra recuperando la consapevolezza di essere parte di un’umanità che condivide un unico destino e l’idea che non basta più limitarsi ad osservare i problemi perché essi vanno risolti e non contemplati. Il cambiamento climatico ha il merito paradossale di porci ad un bivio: la vecchia Europa ha valori che possono essere decisivi e portarla al centro di una storia che sembrava averci scavalcato.

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