«Qui entra solo la prefettura» così scattò l'inchiesta sulla coop profughi

La protesta dei migranti a Battaglia Terme nel 2015 da cui partì l'inchiesta della Procura
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PADOVA «Voi non potete entrare qui dentro. Nella sede di Ecofficina entrano solo i rappresentanti della Prefettura». Era la mattina del 12 novembre 2015. Simone Borile, gestore della cooperativa, era sull'ingresso dell'ex Hotel Terme Euganee di Battaglia Terme. Dentro all'ex albergo c'erano settanta migranti che avevano inscenato una protesta durata ore. A chi vietava l'ingresso Borile? Fuori dell'ex albergo c'erano una quindicina di carabinieri con il comandante provinciale, Stefano Iasson, e il maggiore Alfredo Beveroni, comandante della Compagnia di Abano Terme. Ebbene, il dirigente della cooperativa Eccoficina, ora Edeco, impediva l'ingresso ai carabinieri.


Il colonnello Iasson e il maggiore Beveroni si guardarono increduli. Il comandante provinciale telefonò in Procura e parlò direttamente con il pubblico ministero Federica Baccaglini. Ecco, quella stessa mattina del 12 novembre di tre anni fa il magistrato aprì l'inchiesta che oggi sta creando clamore in tutta Italia. Simone Borile si sentiva talmente forte, con le spalle coperte dai funzionari della Prefettura, che poteva anche impedire l'ingresso ai carabinieri nell'albergo dove i migranti avevano inscenato una protesta. 
La rivolta era nell'aria da alcune settimane. I migranti erano alloggiati nelle strutture di Ecofficina a Battaglia Terme, Due Carrare e Monselice. Volevano il rilascio del documento di identità da parte dei tre Comuni dove erano ospitati. Ma le tre amministrazioni comunali non potevano rilasciare i documenti di identità agli ospiti di un centro di prima accoglienza senza il certificato di residenza. Quella mattina una settantina di migranti, ospiti delle strutture, si concentrarono nell'ex albergo, dove incontrarono alcuni esponenti della Prefettura. Solo i carabinieri, i rappresentanti dell'ordine pubblico, non poterono entrare nell'albergo per conoscere i motivi della protesta e riferirli al magistrato. Simone Borile era molto protetto in Prefettura.
LA TALPALa talpa dell'ex Ecofficina era Tiziana Quintario, il funzionario che aveva l'incarico della gestione dei migranti, predisposizione di bandi e contratti. Dal 2015 il pubblico ministero e i carabinieri del Nucleo investigativo hanno controllato tutti i rapporti tra il funzionario della Prefettura e i responsabili della cooperativa. E la conferma viene anche dalle intercettazioni. In una telefonata Simone Borile non ha difficoltà ad ammettere che Tiziana Quintario era «La mia donna in Prefettura». 
LE ACCUSEQuelle più gravi il pm Baccaglini le contesta alla funzionaria Quintario, ora trasferita a Bologna, e ai responsabili della cooperativa, che sono il presidente Gaetano Battocchio, la vice presidente Sara Felpati (moglie di Borile) e il gestore Simone Borile. Le accuse, a diverso titolo, sono di turbata libertà degli incanti, frode nelle forniture pubbliche, truffa, corruzione per atti contrari ai doveri d'ufficio, induzione indebita e falso. La corruzione. Agli atti non c'è nessun passaggio di denaro tra i responsabili di Edeco e Tiziana Quintario. Ma l'ex funzionario ha ottenuto dei favori dalla cooperativa. E' riuscita a far assumere la figlia, Francesca Bonini, poi Simone Montato, figlio di un noto funzionario della Provincia. Ed ancora, Eleonora Mancusi, Anna Bennato, Alessandra Donato e, da ultimo, aveva segnalato Emilin Bortolato, che non era riuscita a far assumere. 

Sono favori che Tiziana Quintario aveva avuto da Borile e compagni. E non da ultimo i rapporti dell'ex Ecofficina con il prefetto vicario Pasquale Aversa. L'alto funzionario dello Stato è accusato di aver permesso che notizie riservate venissero comunicate ai responsabili della cooperativa. Il pm Baccaglini lo accusa di aver detto al viceprefetto Alessandro Salusto, non indagato, di informare Simone Borile che il 13 luglio 2016 alle 15 ci sarebbe stata una ispezione dell'Ulss a Bagnoli. E il 29 settembre Borile veniva informato che il sindaco di Bagnoli, Roberto Milan, aveva chiesto ai funzionari dell'Ulss 17 di effettuare un controllo al centro di accoglienza di profughi. La verifica «fu rinviata grazie alle autorità della Prefettura», scrive il pubblico ministero nelle contestazioni agli indagati. Il prefetto vicario non è più in servizio a Padova. Il Viminale lo ha appena trasferito ad altro incarico. Come si difenderà? Nessuno degli indagati finora ha chiesto di essere interrogato. 
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Il Gazzettino