Roberto Vecchioni scrittore con "Lezioni di volo e di atterraggio": 15 capitoli contro i luoghi comuni

Martedì 3 Novembre 2020 di Fabrizio Zampa
Roberto Vecchioni

Come racconterebbe a un bambino Roberto Vecchioni, cantautore, 77 anni compiuti il 25 giugno, la sua ultima fatica, il libro intitolato “Lezioni di volo e di atterraggio” che Einaudi ha appena pubblicato? «Gli direi che non sono importanti soltanto le cose ovvie, le cose normali, le cose che vedi, che senti e che tocchi, perché non sono l’unica verità che esiste: ci sono anche cose frutto del pensiero e della fantasia che non si vedono e non si toccano ma possono essere vere lo stesso. Come per esempio le favole: hanno un fondo di verità e tu le prendi come vere, anche se nella vita le favole non si vedono molto spesso. Il principio è semplice: non esiste solo una verità delle cose che si vedono e si toccano, ma esiste anche una verità delle cose che abbiamo dentro e che non si vedono e non si toccano».

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Raccontare storie e far parlare anche il silenzio: è il metodo che Vecchioni ha sempre usato, fin da quando era insegnante di italiano, latino e greco in diversi licei classici di Milano e Brescia, e che di questo libro è il principio fondamentale, insieme alla perenne ricera del non ovvio e del non luogo comune. «Poi il libro è per grandi, e non per bambini, ma la base è sempre la stessa: le cose ovvie, le cose comuni, i personaggi storici che conosciamo in un certo modo, la poesia che conosciamo solo in quel modo possiamo anche accantonarle, metterle da parte. Proviamo a vedere che cosa c’è di diverso, di probabile, di impossibile nella storia, nella vita di questi personaggi e nelle varie branchie della cultura. E nelle mie pagine cerco di spiegarlo».

Per Vecchioni, ma non solo per lui, il mondo cambia ogni minuto, e così avviene al nostro modo di pensare e di ragionare. «E allora proviamo a fare un esperimento: mischiamo tutte le carte. Un mazzo è fatto di 52 carte. In una c’è l’aritmetica, in una c’è la letteratura inglese, in una c’è la fisica, in una la computeristica e così via. Beh, leggiamole tutte insieme. Passiamo da una carta all’altra, proponiamo un argomento, per esempio il nostro futuro, e cerchiamo di vederlo da tutti i possibili punti di vista. Ecco, questa è cultura totale, scuola totale, che non si ferma davanti a certe divisioni che sono create dalla cultura scolastica perché non esistono dentro all’uomo. Il modo migliore di insegnare la cultura ai ragazzi è mettendo tutto insieme e non dividendo».

Da uno a dieci, quanto manca a Vecchioni la scuola? «Dieci. Mi manca tantissimo, però non ho più l’età per farla. Mi mancano i miei quarant’anni, i miei cinquanta. Mi manca quel tempo passato a dire cose di fronte alle quali i ragazzi s’illuminavano, aprivano gli occhi, non sbadigliavano. Erano felici, capivano cose nuove, mi riempivano la giornata di sentimenti e di gratificazioni. La scuola, rapportata all’amore, è come il momento dell’inizio, il momento in cui fai la corte a una donna. Poi la scopata viene, ma è bellissimo tutto quello che c’è prima».

“Lezioni di volo e di atterraggio” si presenta in quindici capitoli, o sarebbe più giusto dire quindici lezioni? «Sono quindici sproloqui: si inventa una vita di Socrate o di Ulisse che non esiste, s’inventa una vita di Fabrizio De Andrè, che ho conosciuto bene, con dei particolari che nessuno conosce, si guarda da un altro punto di vista ogni personaggio. Alda Merini (della quale nel libro Roberto pubblica una poesia inedita, ndr) io la sentivo di notte al telefono: parlavamo per ore e ore, e io ho riferito tutto quello che diceva: la sua follia, la sua bellezza, tutte cose che finora non si sapevano. Ecco, tutto questo serve a dimostrare una cosa molto semplice: noi usiamo il nostro cervello per un decimo di quanto dovremmo usarlo, ma anche della nostra vita usiamo un decimo, e quindi le cose che impariamo sono un decimo di quelle che dovremmo o avremmo dovuto imparare».

Ai vecchi tempi Roberto Vecchioni faceva un disco all’anno: Ne ha alle spalle più di trenta, compresi alcuni dal vivo. Il prossimo quando arriva? «L’ultimo, "L’infinito", è del 2018, è uscito solo in vinile e ha venduto 50 mila copie, un miracolo per i tempi che corrono: era un disco profondo, complesso, ci ho lavorato cinque anni. Ma adesso per fare un album bisogna pensarci bene. Oggi o fai qualcosa di estremamente nuovo, ma un brano, non un intero album, oppure se vuoi fare un concept album devi rivolgerti a persone che sanno cos’è un concept album. I ragazzi non lo sanno, non ne hanno la minima idea, e quindi devi farlo per persone dai trent’anni in su. Insomma, lo fai più per te e per quei venti o trentamila amici che hai. Lo fai per tua soddisfazione. E lo fai, il punto è questo, solamente quando ti vengono delle idee che non siano usuali».

Allora, in attesa di un disco, ecco il libro. «Il mio è un libro contro l’ovvio, contro il luogo comune, contro le cose dette e ridette, contro le cose che tutti sappiamo e magari neanche sono vere. E’ sempre una ricerca dell’anti ovvio, del pensiero laterale, di quello che ci fa uscire fuori dalla nostra mediocrità. E’ la stessa cosa che bisogna fare anche quando si fa un disco. Un disco non deve avere le solite canzoni d’amore, o di lotta o di guerra, quelle le hanno fatte tutti. Devi trovare qualcosa di diverso: quando la trovo sono felice, e allora mi metto a scrivere e entro in studio. Non si possono fare canzoni come Ligabue, o come Renato Zero che è bravissimo ma canta sempre e giustamente le stesse cose, l’inferiorità di certi esseri umani rispetto ad altri… Certi argomenti vengono a noia, non se ne può più di sentirli. Torniamo a De Andrè: lui sì che ha sempre detto cose nuove. Sì, parlava di potere e contropotere, eppure ha sempre scritto cose diverse: metafore, favole... Ma lui era capace e unico, era un illusionista, un artista, e dopo di lui non ce ne sarà un altro».

Tornando ai tempi del liceo, Vecchioni spiega che i ragazzi sono dei pittori. «Dipingono continuamente e dipingono se stessi, ma noi non distinguamo i loro colori: abbiamo tutti, dopo una certa età, una diversa visione dei colori. Io a tutti i miei studenti ho dato nomi di pittori, da Tintoretto a Raffaello Sanzio o Tiziano. Gli studenti sono naif, cubisti, futuristi, impressionisti, spesso non sanno di esserlo ma lo sono». E quegli studenti sono parte integrante di questo libro. «E' un romanzo di racconti: ci sono io da giovane e da vecchio, ci sono tanti momenti della vita mia e degli altri, o dei tempi in cui tutti i lunedì insieme a quei ragazzi ci si spostava nei parchi, nelle strade, nelle osterie, ma anche nelle cliniche o in posti stranissimi, per fare lezioni aperte e libere associazioni di cultura. Si partiva da un argomento come Leopardi o l'atomo e si allargava il discorso. Ognuno diceva la sua, si passava da una disciplina all'altra e ci si perdeva nelle scoperte, nelle riflessioni, nel gioco degli scambi, nella ricerca della luce. Leggerlo vuol dire imparare a guardare oltre, a cercare un punto di vista che non sia il solito».

E visto che ci siamo, il cantautore dice la sua anche sulla didattica a distanza: «La scuola non è distanza, è vita, e averla ridotta su uno schermo è una ferita forte, quasi mortale. La scuola è stare insieme, conoscersi, amarsi, deprecarsi, non capirsi, ma anche capirsi dopo e vedere insieme cos'è la vita». Parole sante, anche se con il Covid dobbiamo tutti farci i conti.

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