Sara, uccisa e bruciata dall'ex, Paduano in aula: «Mi vergogno, sono un mostro»
L'accusa: «Confermare l'ergastolo»

PER APPROFONDIRE: ex, magliana, omicidio
Vincenzo Paduano con la sua ex Sara Dipietrantonio in una foto presa da Fb
«Mi vergogno profondamente di quello che ho fatto. Come faccio a chiedere perdono se io stesso non mi perdono? Sarò sempre consapevole di essere l'unica causa di tanto dolore». Queste le parole di Vincenzo Paduano, il giovane che il 28 maggio del 2016, a Roma, strangolò e diede alle fiamme la sua ex fidanzata Sara Di Pietrantonio nei pressi del quartiere Magliana, e che oggi ha reso dichiarazioni spontanee al processo di appello che è iniziato oggi. In primo grado Paduano era stato condannato all'ergastolo per omicidio volontario aggravato dalla premeditazione e dai futili motivi, stalking, distruzione di cadavere, danneggiamento e incendio dell'automobile a bordo della quale viaggiava la sua ex.

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«Sono passati quasi due anni e anche io non posso darmi pace - ha detto Paduano - mi sono macchiato della peggiore azione che un uomo possa fare e per questo mi definisco un mostro». Il giovane ha continuato dicendo che più volte ha cercato di «dare un senso a un gesto che un senso non ha. Vorrei poter dare risposte precise a tutti, anche a me stesso, ma di quella notte non mi rimangono ricordi». Paduano si è detto certo della sua responsabilità «per aver spezzato la vita di Sara, ed è una consapevolezza che mi poterò nella vita sempre». La conclusione è stata dettata dalla richiesta di scuse a Sara e alla sua famiglia, ma anche dalle «enormi sofferenze che sta passando anche la mia famiglia; non meritavano di finire in tanto dolore».

L'ACCUSA
Per la pubblica accusa, non ci sono dubbi: «Paduano ha strangolato Sara per cinque minuti, avrebbe potuto recedere, ma non l'ha fatto. L'ha strangolata e poi bruciata, e la sua condotta non è compatibile con la concessione delle attenuanti generiche». Per questo merita la conferma in appello della condanna all'ergastolo. È durata quasi tre ore la requisitoria del pm Maria Gabriella Fazi al processo d'appello a Paduano, nel quale ha affiancato il pg Francesco Piantoni. «Che quella notte ci sia stata un'accesa discussione è provato - ha detto il pm Fazi - Da sms si capisce la sudditanza di Sara nei confronti di Paduano. Pretendeva di essere informato del suo nuovo rapporto amoroso. Ma lei voleva vivere il suo nuovo amore senza ostacoli. Lui in un sms le scrive: ti farò soffrire come tu stai facendo soffrire me». Per l'accusa questa vicenda, «nulla ha a che fare con la gelosia, non è stata gelosia, ma la perdita del potere di dominio, il rifiuto di Sara di soggiacere alla volontà di Paduano». Un'azione programmata, quella che l'imputato-condannato ha fatto. «Nell'ultima settimana studia come entrare in azione con un'estenuante attività di appostamento e perlustrazione. Quegli appostamenti - ha continuato il pm- avevano un significato diverso: il suo obiettivo era di far soffrire Sara e il suo amico, le perlustrazioni sostanziano la premeditazione a sostegno dell'attività omicidiaria. Dopo l'omicidio, si reca al posto di lavoro e, prima di tornare a casa, va a gettare il telefono della ex dentro una campana per la raccolta del vetro che si trova vicino l'abitazione del nuovo ragazzo. Sperava che i sospetti si concentrassero su lui, era il suo piano». Secondo il pm Fazi «il comportamento di Paduano è quello di chi vuole fare tabula rasa, uccidere una persona, non quello di un incontro casuale o di un'innocua discussione. Per lui, l'omicidio diventa la punizione di Sara e il fatto di aver dato fuoco al corpo della ragazza non vuol dire altro che distruggerla; Paduano non riesce a liberarsi della sua sete di vendetta». Lui «non ha mai inteso contribuire all'accertamento della verità e alla ricostruzione dei fatti, non ha mai ammesso nulla se non quando le contestazioni si rendevano evidenti».

 
 
 
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Martedì 8 Maggio 2018, 13:03






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