«La Sposa offende il Veneto», bufera sulla miniserie della Rai

Giovedì 20 Gennaio 2022 di Angela Pederiva
La serie tv La Sposa
46

Chi è La sposa? «Una giovane donna che, per salvare la famiglia dall'indigenza, decide di lasciare la Calabria e accettare il matrimonio per procura con un rude agricoltore vicentino», spiega Rai Fiction. «Un falso storico che nuoce invece al racconto di una tragedia vissuta da molte italiane: paradossalmente i suoi cliché grotteschi e stereotipati mettono in ridicolo non solo i veneti, ma anche le calabresi», attacca Roberto Ciambetti. Il botta e risposta tra la produzione della miniserie televisiva e il presidente del Consiglio regionale sintetizza la polemica scatenata dalla prima delle tre puntate, in onda alla domenica sera su Rai 1, che ha registrato un record di ascolti ma anche di critiche per il ritratto di un Veneto barbaro e misogino, nuovo stereotipo dopo quelli della servetta libertina e del carabiniere tonto con cui in passato il cinema ha spesso dipinto i suoi abitanti.


IL FASTIDIO

Le proteste corrono da giorni sui social: fra i tanti apprezzamenti per l'interpretazione della protagonista Serena Rossi, già madrina della Mostra del Cinema di Venezia, serpeggia un certo fastidio per una sceneggiatura che non renderebbe onore al Veneto del 1967. Ma ora l'insofferenza raggiunge il livello politico: «Pensare a un matrimonio per procura a fine anni Sessanta di una giovane calabrese con un ricco ma rozzo discendente di un agricoltore vicentino è, a dir poco, un azzardo se non una provocazione senza senso e lontanissima dalla realtà storica», tuona il leghista Ciambetti. «Con ben altra maestria, e risultati, film come ll commissario Pepe oppure Signore e signori argomenta il numero uno dell'assemblea legislativa erano riusciti a rivelare le ipocrisie del Veneto senza tuttavia scadere nello stereotipo, in cui incespica invece la serie televisiva di Rai Fiction, tra errori, imprecisioni e un mare di luoghi comuni. La sposa non regge neanche se pensiamo a cosa sul finire degli anni Sessanta stava accadendo nel Vicentino, quando gli operai di Schio, Arzignano e Valdagno vivevano la stagione delle battaglie operaie e tanti vicentini ancora emigravano verso la Germania, la Svizzera, il Venezuela, il Brasile e l'Australia».


L'IMPEGNO

Laura Dalla Vecchia, presidente di Confindustria Vicenza, premette di non aver seguito la puntata. «Posso solo dire commenta però che siamo una regione di lavoratori che hanno costruito una grande economia grazie all'ingegno e all'impegno delle nostre persone. Il Veneto inoltre ha un tessuto sociale molto forte e molto inclusivo. Questo è il Veneto che conosco. Altre cose citate in questo film non le ho mai viste, almeno nella mia esperienza». Respinge quell'immagine pure Giustina Destro, responsabile della Fondazione Bellisario per il Nordest: «Parliamo di un territorio in cui l'Università di Padova compie 800 anni, tanto che qui ci sono state la prima donna laureata e la prima ingegnera al mondo. La crescita del livello non solo economico, ma anche culturale, sociale e morale del Veneto, ha visto il contributo degli uomini e delle donne. Trovo inaccettabile che si faccia di questa regione, alla vigilia del Sessantotto, la fotografia di una terra arretrata. A quei tempi ero una ragazza, penultima di otto sorelle, con un padre che diceva sempre: Il più grande investimento che posso fare è quello sulla crescita culturale delle mie figlie. Privilegiata io? In quell'epoca la famiglia media aveva rispetto per le donne, che ricoprivano un ruolo importante nella società».


IL MASCHILISMO

Il padovano Simone Toffanin, produttore teatrale, è l'attore che nella fiction dà il volto (e l'accento) al barista Umberto. «Bisogna distinguere la storia dall'ambiente sottolinea e sono sicuro che se la vicenda fosse stata ambientata in un'altra regione, la cose non sarebbero andate diversamente. Più che dipingere male i veneti, La sposa stigmatizza una famiglia dove c'è ancora il padre-padrone. Non credo di scoprire niente di nuovo, se rilevo che nel Veneto degli anni Sessanta c'era un forte maschilismo, di cui era impregnata la cultura contadina che chiamava masce le femmine degli animali. Oggi ci viene naturale voler rimuovere certi aspetti, ma posso assicurare che l'intento del regista Giacomo Campiotti era quello di enfatizzare la forza dell'emancipazione femminile, non certo la grettezza del contesto. Senza spoilerare troppo, garantisco infatti che la storia andrà a finire bene... valorizzando l'importanza della figura femminile nella costruzione dell'armonia familiare e sociale».

Ultimo aggiornamento: 21 Gennaio, 11:18 © RIPRODUZIONE RISERVATA

PIEMME

CONCESSIONARIA DI PUBBLICITÁ

www.piemmeonline.it
Per la pubblicità su questo sito, contattaci