Il professor Ancona torna in sala operatoria a 80 anni: «Non sopporto la sofferenza»

Giovedì 21 Maggio 2020 di Federica Cappellato
Il professor Ermanno Ancona, torna ad operare a 80 anni

PADOVA In sala operatoria, a ottant'anni suonati. Compiuti, peraltro, il 22 febbraio scorso, quel sabato nero in cui Padova precipitò nell'incubo Covid-19. «Il coronavirus mi ha scippato la festa di compleanno», sorride oggi, a pericolo (quasi)scampato, Ermanno Ancona, emerito di Chirurgia generale all'Università di Padova.

Dopo una densissima, autorevole, quarantennale esperienza nello studio, nella diagnosi e nella cura delle malattie esofago-cardiali, nel 2012  è andato in pensione dal sistema sanitario pubblico puro, entrando a far parte del Policlinico Abano Terme, privato accreditato, come responsabile dell'Unità di Chirurgia dell'esofago.
Ed è qui che tutte le settimane torna puntualmente a indossare il camice e fare il chirurgo, a incontrare pazienti, a visitare, a stilare programmi e interventi terapeutici.

Le sue giornate si dividono tra casa e bottega?
«Sì, con la fase 2 abbiamo ripreso anche gli interventi non urgenti come da normativa, procediamo naturalmente con tutte le cautele del caso: l'età non è un ostacolo, i malati continuano a contattarmi da tutta Italia. Come potrei dir loro di no? Mi sono fatto il tampone, negativo, e lo studio degli anticorpi, che non ho. Durante il lockdown ne ho approfittato per fare cose belle, come mettere a posto documenti della mia variegata vita. Mi sono divertito, anche: ho ancora voglia di vivere la vita, responsabilmente s'intende».

Tra i tanti fascicoli ritrovati e posizionati accuratamente sugli scaffali del suo studio durante quel tempo dilatato del #restateacasa cos'ha trovato?
«Anche gli incartamenti di una ventina di anni fa relativi alla discussione sempreverde sul nuovo ospedale, con annessi e connessi. Se passa il treno giusto, bisogna prenderlo: quando ero vicesindaco avevo proposto di fare un Irccs materno infantile a Padova sud, su ampi terreni, mi sembrava una cosa logica, ma non è stata capita. E sì che allora era un momento magico: la Facoltà di Medicina al top, politicamente allienati il presidente del Consiglio, il governatore della Regione Veneto, il sindaco di Padova, il presidente della Provincia. Ma si soffrì di miopia».

L'attuale carenza di medici?
«Una colpa a livello nazionale, l'assoluta dimostrazione della pochezza di chi ci ha governato. Sarebbe bastato, nel corso degli anni, analizzare l'età dei medici in attività, e organizzarsi di conseguenza».
Adesso che finalmente si possono invitare gli amici, non solo i congiunti, attorno a quella torta di compleanno mancato, pensa di fare un bilancio sui suoi primi 80 anni?
«Spero di rimanere sempre lucido e, quando giungerà la mia ora, di morire in un colpo. Se c'è una cosa che mi dà dolore, a inizio carriera come oggi, è vedere la sofferenza dei miei malati. Operai padre David Maria Turoldo per una neoplasia incurabile: per quasi due anni e mezzo tornò a predicare, a scrivere delle bellissime poesie. La chirurgia palliativa, che potrebbe essere discussa, gli permise di regalare al mondo delle opere meravigliose pervase di quella sofferenza conosciuta in prima persona. Ricordo che un giorno mi disse: Ermanno, non riesco a darmi una spiegazione teologica della malattia. Detto da lui... questo è uno dei grandi misteri irrisolti».

Nel suo database nel computer cosa conserva?
«6.600 nomi e cognomi. Sono i miei pazienti degli ultimi ventitré anni. Per fortuna molti non li vedo più. Eh sì, ho operato tanto, fatto molte anteprime, ricordo gli interventi in chirurgia laparoscopica, quando non la faceva ancora nessuno. Adesso me ne sto sereno, so cosa ho fatto, non occorre che mi venga riconosciuto. Mi basta lo specchio».
 

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